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testo originale in inglese

 

Medio Oriente: Quattro sfide dinanzi a Stati Uniti ed Europa, 12 novembre 2003

(Discorso di William Burns sul ruolo della comunità transatlantica in Medio Oriente)

Il Sottosegretario di Stato per gli Affari del Vicino Oriente, William Burns, ha detto che, relativamente all’intero Medio Oriente, i membri della comunità transatlantica hanno dinanzi quattro sfide collegate tra loro: sostegno al popolo iracheno per la costruzione di un Paese unito, stabile e prospero, creazione del doppio Stato nell’ambito del conflitto israelo-palestinese, lotta contro i terroristi e gli stati che li sponsorizzano, e appoggio alle riforme politiche ed economiche in Medio Oriente.

"Tali questioni offrono una rinnovata base per la collaborazione transatlantica in quanto avranno un’importanza determinante per l’Europa e per l’America nel prossimo decennio. Esse offrono speranza, che è l’antidoto più potente contro la disperazione, sulla quale prosperano gli estremisti violenti", ha detto Burns il 12 novembre in un discorso pronunciato a Washington durante la conferenza sul patrimonio di valori trasmesso dall’ex Segretario di Stato George C. Marshall.

Segue il testo integrale del discorso di Burns:

DIPARTIMENTO DI STATO USA
Ufficio Affari del Vicino Oriente
12 novembre 2003

Discorso del Sottosegretario di Stato William J. Burns durante la Conferenza:

Il patrimonio di Marshall: Il ruolo della comunità transatlantica nella costruzione della pace e della sicurezza

"In che modo può la comunità transatlantica contribuire alla pace, alla prosperità e alla sicurezza nell’intero Medio Oriente?"
Washington, D.C.
12 novembre 2003

Buon giorno. Sono lieto di rendere omaggio con voi oggi al retaggio di uno dei grandi statisti nella storia americana e transatlantica: il generale George C. Marshall.

Il retaggio del generale Marshall ha avuto effetto sulla mia vita in molteplici modi nel corso degli anni. Sebbene sia sicuro che non se ne ricordi, l’ultima volta che il generale Meyer ed io ci siamo trovati insieme su un palco è stato trent’anni fa, quando mi consegnò un premio presso la mia scuola superiore a Carlisle, in Pennsylvania, e parlò a noi sensibili diciassettenni dell’esempio di altruismo di George Marshall.

Alcuni anni dopo, ho studiato come borsista del Marshall Scholar presso l’Università di Oxford, beneficiando di un programma creato dal governo britannico in segno di gratitudine per il contributo dato dal generale Marshall. Mentre la fondazione Marshall Scholarship è sopravvissuta nonostante la piccola onta di averla assegnata anche a me, quella borsa di studio ha avuto effetti profondi sulla mia vita, e sono lieto di essere qui oggi in parte anche per rendere omaggio a quel dono. Ho avuto la fortuna, dal punto di vista personale e professionale, di lavorare per alcuni anni per il Segretario Powell, al quale rendete omaggio questa sera per la notevole carriera quale continuazione ideale del retaggio di George Marshall.

Le qualità intellettuali e dello spirito che Marshall ha contribuito alle sfide del dopoguerra non sono state mai attuali come lo sono oggi. E mai sono state più importanti di oggi di fronte alle storiche sfide poste dagli sviluppi in corso nell’intero Medio Oriente.

Nella semplice eloquenza del suo discorso di Harvard nel 1947 e con le azioni concrete che lo seguirono, Marshall delineò una visione di sicurezza nazionale nel senso più ampio del concetto, che univa all’impegno dei mezzi militari una profonda consapevolezza dell’importanza di risolvere i conflitti e i problemi economici e politici in cui fioriscono gli estremismi e la mancanza di sicurezza. Una visione che mirava soprattutto a restaurare la speranza in mezzo al caos e alla disperazione. Una visione che veva compreso l’importanza fondamentale di una ricostruzione basata su un’iniziativa diretta da parte di coloro che più ne hanno bisogno e non su soluzioni imposte dall’esterno. Una visione, tuttavia, che al tempo stesso coglieva l’importanza decisiva della leadership americana e della sua generosità spirituale a sostegno degli sforzi per un cambiamento dall’interno. Una visione che non aveva alcun tratto di naïveté e non sottovalutava né le difficoltà né la posta in gioco. Quella visione era in perfetta sintonia con la promessa di collaborazione transatlantica.

Oggi come non mai è il momento di far valere nuovamente quella visione, pertanto questo è il momento di farlo per le questioni che riguardano l’intero Medio Oriente. Potenti sfide si levano su molti fronti, dall’Iraq al conflitto israelo-palestinese fino alla lotta globale contro terrorismo. Molte società del Medio Oriente continuano a regredire rispetto all’andamento dell’economia globale, e gli stessi analisti arabi mettono in luce le crescenti insufficienze nello sviluppo dell’istruzione e della politica. Alla base di quei problemi, c’è una crisi nella comprensione reciproca, per cui tutti i popoli mettono in discussione i presupposti fondamentali degli uni e degli altri.

Il fatto che un recente sondaggio condotto dalla Fondazione Pew abbia rilevato, ad esempio, che il 94 per cento degli Egiziani ha una percezione sfavorevole degli Stati Uniti dovrebbe indurre a una profonda riflessione. Lo stesso dicasi per il senso di ansia con cui molti negli Stati Uniti guardano al Medio Oriente e alle prospettive per il futuro. Recenti sondaggi secondo i quali la maggioranza degli europei ritiene che attualmente Israele costituisce la minaccia più grave per la pace mondiale sono tanto preoccupanti quanto inattendibili, come è allarmante il subdolo ritorno dell’antisemitismo nei discorsi politici. Le differenze tra europei e americani riguardo a molte questioni mediorientali si stanno facendo sempre più profonde, persino mentre cresce la posta in gioco comune nel trattarle. Mai come ora è il momento più opportuno per guardare onestamente al cammino fatto assieme e per dire sinceramente dove siamo diretti.

Lungi da me asserire che abbiamo di fronte unpercorso chiaro. Non c’è, e certo non intendo suggerire che il Dipartimento di Stato ha il monopolio della saggezza su tali questioni. Non l’abbiamo. E se non mi credete, saranno in molti a Washington a confermarvelo.

Relativamente alla politica per l’intero Medio Oriente, oggi abbiamo dinanzi quattro sfide collegate tra loro. Primo, aiutare gli iracheni, liberati dalla tirannia di Saddam Hussein, a costruire un Paese unito, stabile e prospero come meritano sia loro che i loro vicini. Secondo, rinnovare il progresso verso la creazione del doppio Stato che il Presidente Bush ha delineato e che rientra così intensamente negli interessi degli israeliani e dei palestinesi. In terzo luogo, la lotta ai terroristi e agli stati che li sponsorizzano, nonché contro la diffusione delle armi di distruzione di massa. E quarto, ma non per importanza, il compito storico di sostenere gli sforzi volti alla riforma economica e politica in una regione che per troppo tempo ha avuto poco dell’una e dell’altra.

Non sono un ingenuo. So bene che si tratta di questioni di enorme complessità. Il cambiamento non si verificherà né facilmente né velocemente, e non sarà scevro da rischi. Ma il progresso complessivo delle suddette quattro sfide offre un quadro positivo per l’intero Medio Oriente. Esse offrono lo spunto per unirsi in una causa comune con i popoli e i governi della regione e lottare contro gruppi minoritari militanti che minacciano tutti noi. Esse offrono una nuova base di collaborazione transatlantica su di un complesso di questioni che avrà un’importanza determinante per l’Europa e per l’America nel prossimo decennio. Inoltre, offrono speranza, l’antidoto più potente contro la disperazione, sulla quale prosperano gli estremisti violenti, come comprese così chiaramente George Marshall nell’affrontare problemi diversi di un continente diverso oltre mezzo secolo fa.

Vorrei ora soffermarmi brevemente su ognuna delle suddette sfide, sulle quali è possibile costruire una nuova forma di collaborazione transatlantica.

L’Iraq

Sono appena tornato dal mio terzo viaggio che ho compiuto in Iraq negli ultimi tre mesi. Ancora una volta, sono partito dall’Iraq consapevole delle dimensioni e della complessità del compito che abbiamo di fronte noi e gli iracheni, dopo decenni di brutale malgoverno da parte di Saddam Hussein, ma anche consapevole della portata delle possibilità che tutto ciò offre. Come ci ricorda tragicamente l’attacco di oggi contro le forze italiane a Nassiriyah, non vi è dubbio che la sicurezza sia un problema preoccupante ed immediato, come lo sono le questioni della ricostruzione economica e la necessità di accelerare il processo politico per restituire il controllo degli affari nazionali al popolo iracheno. Ma non può esservi neanche dubbio che il popolo iracheno è finalmente libero dalle atrocità e dagli sprechi del regime di Saddam Hussein.

All’inizio dell’autunno, assieme al Segretario Powell, ho visitato il monumento ai caduti di Halabja, dove nel 1998 Saddam ha ucciso con il gas cinquemila uomini, donne e bambini Curdi. L’estate scorsa, ho visitato la fossa comune di Mahawil, dove nel 1991 sono stati giustiziati oltre 10 mila appartenenti all’etnia Shia, vittime di Saddam. Dopo aver visto quei luoghi, è impensabile non capire la saggezza di fondo della decisione del Presidente Bush di agire contro Saddam, e l’importanza di costruire un Iraq in cui tali crimini non possano mai più verificarsi.

Con difficoltà, passo dopo passo, gli iracheni stanno cominciando a ricomporre il loro Paese. I servizi di base sono stati in larga misura ripristinati. I ministri iracheni stanno assumendo sempre più responsabilità. I cittadini stanno esprimendo il loro punto di vista liberamente, in modi assolutamente inimmaginabili sotto il regime di Saddam.

Naturalmente, c’è ancora molto da fare. Gli iracheni hanno bisogno di molto aiuto da tutti noi. In passato, ci sono state differenze profonde tra americani ed europei a proposito dell’Iraq, ma l’approvazione unanime della risoluzione 1511 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU e il successo della Conferenza dei donatori di Madrid offrono una nuova base di collaborazione. Ciò non significa che avremo punti di vista coincidenti su come sostenere gli iracheni nei mesi e negli anni a venire, o che all’interno dei Paesi europei non vi saranno divergenze d’opinione. Tuttavia, un ampliamento costante della nostra collaborazione andrà a totale beneficio sia nostro sia del popolo iracheno. Tale ampliamento collaborativo può attuarsi attraverso un aumento del contributo dell’Unione Europea alla ricostruzione economica, attraverso un rafforzamento dell’aiuto al popolo iracheno nella fase di transizione politica prevista dalla risoluzione 1511, o anche considerando un ruolo NATO nel rafforzare la sicurezza.

Sarà difficile creare una vera collaborazione transatlantica riguardo all’Iraq, ma il suo potenziale sarà immenso. Dovrà essere una via a doppio senso, in cui gli americani ascoltano e si adattano. E capisco che possa sembrare un comportamento innaturale per noi. Ma questo è il momento di riconoscere, sia in America sia in Europa, l’entità della posta in gioco in Iraq. Noi e il popolo iracheno siamo consapevoli del nostro compito. Puntiamo verso un obiettivo che può avere e avrà successo. Non possiamo permetterci diversamente.

Israele e i palestinesi

Al fianco della questione irachena nel nostro calendario politico c’è una seconda sfida, urgente, complicata e motivo di delusioni: trovare il modo per ripristinare la speranza di pace tra gli israeliani e i palestinesi. Non c’è bisogno che vi dica che, attualmente, di speranza ce n’è poca. E’ stata spazzata via dalle profonde delusioni, umiliazioni quotidiane e dignità ferita sofferte dai palestinesi che vivono sotto occupazione. E intanto, si perde quella visione del doppio Stato che il Presidente Bush ha delineato il 24 giugno 2002.

La verità è che, ai fini degli interessi transatlantici a lungo termine nell’intero Medio Oriente, nulla è più importante dell’attuazione della visione del presidente: due stati, Israele e la Palestina, che coabitano fianco a fianco in pace, sicurezza e dignità. Affinché ciò si verifichi, sia gli israeliani sia i palestinesi devono vedere emergere una realtà diversa da quella di oggi. Gli israeliani devono vedere la fine del terrore, percepire la speranza della fine definitiva del conflitto e sentire l’accettazione completa all’interno della regione. E i palestinesi devono vedere rispettata la loro dignità, riacquisire la speranza di vedere la fine rapida e negoziata dell’occupazione iniziata nel 1967, e vedere la creazione di uno Stato vitale e indipendente.

Tale Stato palestinese non può essere costruito su fondamenta di terrore e violenza. Non può. Su quello non possono esserci concessioni di nessun genere, nessuna flessibilità, nessun far finta di niente. Su questo punto, i palestinesi dovranno guardarsi con onestà e affrontare chi tra loro vorrebbe insabbiare ancor più i loro sogni. Come ha ripetuto più volte il Presidente Bush, è essenziale che ci sia un cambiamento nella leadership palestinese. Porre fine alla violenza e riformare le istituzioni politiche palestinesi non è un favore verso terzi, ma rientra profondamente negli interessi dei palestinesi, ed è l’unica via percorribile per giungere alla formazione di uno Stato e porre fine all’occupazione.

Ma la costituzione di uno Stato palestinese al fianco di Israele non è solo un sogno del popolo palestinese. La sua attuazione ha implicazioni anche per il futuro di Israele e per il genere di Paese che gli israeliani trasmetteranno ai loro figli e ai figli dei loro figli.

Il quadro demografico è preoccupante. Entro i prossimi dieci anni circa, nella zona che comprende Israele, la Cisgiordania e Gaza, gli ebrei saranno una minoranza. Con l’espandersi degli insediamenti israeliani, e l’aumento delle loro popolazioni, diventa sempre più difficile immaginare il modo in cui quei due popoli saranno separati in due Stati. Il fatto è che gli insediamenti continuano a crescere ancor oggi, incoraggiati da politiche governative specifiche, a grande costo per l’economia israeliana. Questo continua nonostante stia diventando chiaro che la logica degli insediamenti e la realtà demografica possono minacciare il futuro di Israele quale democrazia ebraica.

Per gli amici di Israele, è difficile non giungere alla conclusione che è necessario porre fine all’attività di insediamento poiché mina gli interessi israeliani e palestinesi. Il muro di sicurezza permane un problema notevole, non tanto come barriera di separazione tra Israele e la Cisgiordania, ma perché il percorso previsto all’interno della Cisgiordania isola i palestinesi gli uni dagli altri, pregiudica i negoziati e, come l’attività di insediamento, ci allontana dall’obiettivo del doppio Stato.

Se è essenziale convincere i palestinesi che con la violenza e il terrore non raggiungeranno mai le loro aspirazioni, è anche importante mantenere aperta la possibilità di poter costituire uno Stato vitale ad opera di una leadership palestinese impegnata una volta per tutte a porre fine al terrore. Quella realtà è la base su cui poggia l’impegno personale del presidente verso la visione che ha esposto il 24 giugno, e verso la roadmap che il "Quartetto" ha tracciato per raggiungerla.

Si opera in modo fattivo anche tramite canali non ufficiali, come gli sforzi immani di Sari Nusseibeh e Ami Ayalon, e le proposte più dettagliate dell’Iniziativa di Ginevra. Questo ci ricorda non solo che i palestinesi e gli israeliani coscienziosi possono ancora negoziare gli uni con gli altri, ma anche che ci sono ancora punti su cui negoziare. Tali sforzi devono essere incoraggiati, perché la visione del doppio Stato sia mantenuta viva, e per conservare le idee migliori e più innovative prodotte dai negoziati precedenti.

Intanto, sappiamo che roadmap, visioni e proposte di status finale non sono autoadempienti ma comportano duro lavoro e scelte difficili da parte di tutti noi. Il Consiglio legislativo palestinese si riunisce oggi per valutare un nuovo governo palestinese. Se confermato, la nostra capacità di lavorare con quel governo verrà determinata dalle sue azioni, non solo dalla sua retorica. Se le azioni saranno concrete, specie in termini di sicurezza, non ho dubbi che americani ed europei faranno il possibile per aiutarli. Il Quartetto ha già dimostrato la sua efficacia in termini di coordinamento. Il contributo europeo alla riforma e allo sviluppo economico è stato significativo e complementare al nostro. Possiamo e dobbiamo fare molto insieme in futuro.

Lotta contro il terrorismo e le armi di distruzione di massa

Una terza sfida fondamentale è la continua lotta al terrorismo e alla diffusione delle armi di distruzione di massa. Vorrei brevemente trattare di alcune delle questioni più importanti che abbiamo di fronte, e del modo in cui la collaborazione transatlantica ci aiuta a gestirle.

Vorrei iniziare con l’Iran, motivo di preoccupazione non solo per gli Stati Uniti ma anche per un numero crescente di Paesi. Il recente impegno preso dall’Iran verso i ministri europei e verso l’AIEA di consentire ispezioni più severe e porre fine al reprocessing del ciclo del combustibile nucleare è un passo positivo. Ma si tratta di un passo che dobbiamo monitorare da vicino, sulla scia delle precedenti promesse infrante, e il continuo appoggio al terrorismo.

La Siria costituisce un altra sfida. Lo scorso maggio, il Segretario Powell ha espresso chiaramente al Presidente Assad che gli Stati Uniti, come l’Europa, restano impegnati ad una pace estesa che comprenda Siria e Libano. Ma ha anche citato candidamente la gamma delle questioni che ci preoccupano e cosa servirebbe per costruire un rapporto più normale. Il punto è che il regime siriano non può mantenere il dualismo: non può professare un impegno alla pace ed appoggiare nel contempo gruppi come Hamas e la Jihad islamica palestinese. I governi europei possono sostenere efficacemente questo messaggio, sostantivato dalla recente decisione dell’Unione Europea di includere Hamas nella lista delle organizzazioni terroristiche.

La Libia costituisce una sfida di tipo diverso. Attraverso rapporti diplomatici mirati e di lungo periodo, sostenuti da sanzioni multilaterali e in collaborazione con le coraggiose famiglie delle vittime del volo Pan Am 103, questo autunno siamo finalmente riusciti a far rispettare alla Libia gli obblighi che aveva assunto oltre dieci anni fa: primo fra tutti, l’accettazione della responsabilità e il pagamento dell’indennizzo. Durante tale cammino, la Libia si è allontanata dal terrorismo. Si tratta di passi positivi.

Un’altra componente di tale sfida, e costituisce un problema serio, è il perseguimento da parte della Libia dei programmi per le armi di distruzione di massa. Siamo stati molto chiari con la Libia che eventuali modifiche alle sanzioni bilaterali, che restano ancor oggi saldamente in vigore, dipenderanno dall’abbandono verificabile dei programmi di armi di distruzione di massa.

Appoggio alla modernizzazione dell’economia e al cambiamento democratico

Il quarto elemento, legato agli altri tre, è la questione di lungo termine dell’appoggio agli sforzi in corso all’interno della regione che hanno per obiettivo il cambiamento democratico e la modernizzazione economica. Si tratta di un elemento carico di potenziale per la collaborazione transatlantica, data l’entità della posta in gioco e le risorse che dobbiamo tutti fornire.

Faccio il diplomatico da 21 anni, ho lavorato per quattro amministrazioni e mi sono occupato molto di questioni relative al Medio Oriente. La critica alle iniziative di quegli anni che non abbiamo considerato in misura adeguata l’importanza a lungo termine di aprire alcuni sistemi politici profondamente stagnanti, specie nel mondo arabo, è giusta.

Non si tratta solo di valori americani o occidentali, oppure di assicurare i diritti umani di base, per quanto cruciali siano tali questioni. Ma rappresenta anche un interesse assoluto sia americano sia europeo. La stabilità non è un fenomeno statico. I sistemi politici che non trovano il modo di adeguarsi gradualmente al desiderio di partecipazione dei loro popoli diventano fragili e infiammabili.

Come ha sottolineato il Presidente Bush la scorsa settimana, l’intero Medio Oriente, come le altre parti del mondo, non è immune da quella realtà. C’è chi sostiene che arabi e musulmani siano un’eccezione in questo senso, ma non sono d’accordo. E’ vero che le comunità arabe hanno numerose difficoltà a cui pensare, ma ciò non significa che siano incapaci di un cambiamento democratico. Presumere il contrario costituisce un’analisi imprecisa e un pericoloso substrato politico.

Un’altra verità chiara, una verità che americani ed europei debbono tenere sempre in mente, è che il cambiamento democratico e la modernizzazione economica duraturi debbono essere promossi dall’interno della società araba. Non possono essere imposti dall’esterno, proprio come mezzo secolo fa la ricostruzione e la reintegrazione europea non potevano essere compiute solo in base a ricette americane. L’iniziativa deve scaturire dall’interno. Un elemento incoraggiante esistente oggi in Medio Oriente è la misura dell’auto esame in corso e i passi tangibili che molti Paesi stanno intraprendendo verso riforme politiche ed economiche. I due rapporti arabi sullo sviluppo umano, pubblicati nell’arco degli ultimi due anni, danno testimonianza eloquente, da parte degli stessi analisti arabi, di cosa va fatto per risolvere le gravi mancanze in termini di libertà politica, apertura economica, opportunità di istruzione e diritti alle donne. La chiara realtà, agli albori del XXI secolo, è che i Paesi che si adattano, si aprono e colgono l’iniziativa economica e politica prosperano, quelli che non lo fanno, si impoveriscono.

Dal Marocco alla Giordania al Bahrein, i leader arabi e i gruppi emergenti della società civile stanno cominciando a capire questa realtà chiara, e ad agire di conseguenza. L’Iraq costituirà un test cruciale per la modernizzazione politica ed economica, il cui successo nel corso del tempo avrà conseguenze profonde. Ed un test cruciale lo costituisce il corso degli eventi in Arabia Saudita ed in Egitto, due partner di enorme importanza per gli Stati Uniti. Entrambi hanno di fronte enormi sfide, ma come ho potuto costatare durante le mie visite a Riad e al Cairo negli ultimi giorni con il Vice Segretario Armitage, entrambi i Paesi le stanno affrontando con serietà.

Il recente attacco terroristico a Riad ci ha ricordato drammaticamente la crudeltà di Al Qaeda. Questo assassinio di decine di uomini, donne e bambini arabi e musulmani innocenti conferma la minaccia contro tutti noi. L’erede al trono, principe Abdullah, ha detto chiaramente che quest’ultimo attacco non indebolirà la sua determinazione a perseguire le riforme nazionali, compreso aprire l’economia e potenziare la partecipazione politica.

Negli ultimi trent’anni, si è anche costituita una collaborazione genuina tra gli Stati Uniti e l’Egitto, fondata non su sentimenti o su legami immaginari, ma su una base salda di interessi e aspirazioni comuni. Tale collaborazione ha avuto i suoi momenti negativi, le sue divergenze e delusioni reciproche, ma sarebbe un grave errore dimenticare ciò che ha significato per i due Paesi, e per le speranze della regione.

Stati Uniti ed Europa possono fare molto per aiutare i Paesi mediorientali impegnati a creare nuove opportunità economiche e politiche. Il Presidente Bush ha proposto una zona di libero scambio USA-Medio Oriente da attuarsi entro i prossimi dieci anni. I nostri programmi di assistenza si stanno espandendo in tutto il mondo arabo sotto l’egida della Middle East Partnership Initiative del Segretario Powell. Da lungo tempo l’Europa appoggia lo sviluppo economico e politico della regione e la riunione a livello ministeriale Euromed del mese prossimo costituisce un’altra occasione importante per approfondire tale collaborazione. Possiamo fare molto per coordinare gli sforzi e aiutare chi si impegna nella storica impresa delle riforme nella regione. In ultima analisi, proprio come nel dopoguerra del generale Marshall, l’iniziativa deve venire dall’interno della regione, ma dobbiamo pensare in maniera creativa alle strutture di supporto cui potremmo dar vita.

Riaccendere la speranza e integrare l’intero Medio Oriente in un mondo più pacifico e prospero è una sfida importante all’alba del XXI secolo quanto lo era la ricostruzione e l’integrazione dell’Europa alla metà del secolo scorso. Se per alcuni aspetti le circostanze sono diverse, l’opportunità storica è molto simile. Certamente, non esiste sfida più grande per la comunità transatlantica per gli anni a venire. Per questo è importante ricordare oggi la visione di George Marshall, che costituisce un modello di comprensione della sicurezza nazionale nel senso più ampio del concetto. E’ una visione che mette in rilievo l’importanza di spiegare non solo a cosa ci opponiamo, ma anche cosa sosteniamo, sottolinea la necessità di alimentare la speranza e la fiducia come antidoto migliore al caos e all’estremismo, e sostiene l’importanza del valore di una leadership americana e una collaborazione transatlantica generose. In questo momento storico cruciale, faremmo tutti bene ad emulare l’esempio e la saggezza del Generale Marshall.

Grazie.

 

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