IL 50mo ANNIVERSARIO DELLA NATO

Una pubblicazione elettronica della United States Information Agency

TRADUZIONE ITALIANA

A cura dell'Ufficio Affari Pubblici dell'Ambasciata Americana - Roma
Aprile 1999


A difesa della libertà e per il mantenimento della pace

Il Presidente William J. Clinton
in occasione del 50mo Anniversario della NATO

Nel celebrare il cinquantesimo anniversario dell'Organizzazione del Trattato Nord Atlantico ricordiamo il successo conseguito dall'Alleanza nell'opera svolta negli ultimi cinque decenni di difesa della libertà e del mantenimento della pace. Noi Americani abbiamo imparato, anche se ad un caro prezzo nel corso di questo secolo che, se vogliamo sentirci sicuri in casa nostra, dobbiamo difendere i nostri interessi, i nostri ideali, ed i nostri amici in tutto il mondo. Tale impegno si è rivelato essere di vitale importanza soprattutto in Europa, dove durante questo secolo abbiamo combattuto e vinto due guerre mondiali e la guerra fredda. Nessun'altra istituzione più della NATO ha saputo far proprio questo impegno.

Questa ricorrenza non vuole essere tuttavia soltanto il riconoscimento dei successi del passato. Ci offre anche un'occasione per tracciare il percorso futuro del nostro partenariato e delineare una visione per la NATO dei prossimi decenni: un'alleanza più ampia e flessibile, in grado di cogliere una vasta gamma di sfide ai nostri interessi comuni.

Lo scopo della NATO resta immutato. La sua missione è quella di difendere la sicurezza , la prosperità e i valori democratici dei suoi membri. E' però cambiato il contesto nel quale la NATO è chiamata a svolgere tale missione. Negli ultimi cinque anni ci siamo impegnati nella costruzione di una nuova NATO più capace di affrontare sfide diverse - nuove missioni, nuovi membri e nuovi partner in tutta Europa, fra i quali la Russia e l'Ucraina. La NATO di ieri difendeva i nostri confini contro l'aggressione militare. La NATO di domani dovrà continuare a salvaguardare la nostra sicurezza comune, affrontando nel contempo nuove minacce che non riconoscono alcun confine - la proliferazione delle armi di distruzione di massa, la violenza etnica, i conflitti regionali.

Nell'aprile del 1999, i leader dei Paesi europei e del Canada ci raggiungeranno qui a Washington per dare il benvenuto a tre nuove democrazie - Polonia, Ungheria, e Repubblica Ceca - mentre si uniranno a noi nella nostra missione di guidare l'Alleanza nel XXI secolo. Le porte della NATO rimarranno aperte a tutti coloro che vorranno e sapranno assumersi le responsabilità degli Stati membri, e continueremo a lavorare affinché si rafforzi il nostro partenariato con gli altri stati.

Guardando al futuro il nostro obiettivo è quello di costruire un ancora più saldo partenariato transatlantico con un'Europa unita, democratica, e in pace. Sono convinto che le generazioni di Europei e Americani che si succederanno conosceranno pace e sicurezza grazie ai continui sforzi della NATO per compiere la missione delineata 50 anni fa: difendere la libertà, mantenere la pace e la stabilità, e favorire un clima nel quale possa crescere la prosperità.


COME CREARE LE NUOVE MODALITA'
PER AFFRONTARE LE SFIDE DEL XXI SECOLO

Una valutazione dell'Ambasciatore Alexander Vershbow
Rappresentante permanente degli Stati Uniti presso il Consiglio Nord Atlantico

Lo scopo "essenziale" della NATO continua ad essere quello di "garantire la libertà e la sicurezza degli stati membri, ma la novità da cogliere con l'inizio del XXI secolo riguarda le modalità" con le quali "verrà svolta tale funzione ," dichiara l'Ambasciatore Alexander Vershbow, il Rappresentante permanente degli Stati Uniti presso il Consiglio Nord Atlantico. Cita alcune iniziative che "sapranno dimostrare chiaramente all'opinione pubblica di tutti i nostri paesi che la NATO è il mezzo principale per la costruzione nel prossimo secolo di un'Europa più stabile, sicura e unita." In questo articolo vengono riportate le risposte di Vershbow ai quesiti posti da "U.S. Foreign Policy Agenda."

Domanda: Come definirebbe la missione primaria e le principali sfide della NATO alla soglia del XXI secolo?

Vershbow: Lo scopo essenziale della NATO, a partire dal 1949, è stato quello di garantire la libertà e la sicurezza degli stati membri. Tutto ciò non è cambiato. La novità da cogliere, con l'inizio del XXI secolo riguarda le modalità con cui la NATO vorrà svolgere tale funzione. La NATO non deve più temere la possibilità di una imminente e massiccia minaccia militare lungo i suoi confini, deve piuttosto saper individuare una varietà di sfide - per esempio, le armi di distruzione di massa, i conflitti regionali, e le guerre etniche. Conseguentemente, essa ha posto particolare attenzione sia alle operazioni di risposta alle crisi, sia ai rapporti di partenariato e alla cooperazione con gli altri stati d'Europa, al fine di promuovere la stabilità, l'integrazione, e la risoluzione pacifica delle controversie.

Questo non significa nè che la difesa collettiva non sia più lo scopo principale della NATO, nè che la NATO sarà trasformata in una sorta di "gendarme mondiale" pronto ad intervenire in ogni crisi in Europa e fuori di essa. E' noto che molte delle minacce alla sicurezza degli stati membri nascono al di fuori del territorio della NATO - che siano esse armi di distruzione di massa o conflitti regionali - e che la NATO deve saper far fronte a tali minacce qualora in seno all'Alleanza trovi consensi.

In sostanza, la NATO sta già così operando nelle missioni in Bosnia e nel Kosovo. Dando rilievo a questo tipo di operazioni nell'ambito del "concetto strategico", forniremo delle valide direttive ai pianificatori della difesa NATO nel predisporre le forze necessarie al compimento di missioni come queste nel prossimo futuro.

D: Come vede l'evoluzione del ruolo degli Stati Uniti, in termini di partecipazione e di impegno nell'ambito della NATO?

Vershbow: Per gli Stati Uniti la NATO è la chiave di volta della sicurezza europea e continua ad avere un rapporto diretto con gli interessi statunitensi. E' nostra intenzione, pertanto, mantenere un forte impegno nella NATO, il più forte e duraturo possibile. Ritengo che il chiaro voto espresso dal Senato in favore dell'allargamento della NATO (80-19) sottolinei l'importanza del sostegno bipartitico americano nei confronti dell'Alleanza, e confermi il ruolo guida rappresentato dagli Stati Uniti al suo interno.

In termini relativi, siamo comunque compiaciuti del fatto che gli alleati europei sono interessati a rafforzare la cosiddetta "Identità Europea di Sicurezza e Difesa" o "Iesd". Per noi l'idea di un ruolo più rilevante dell'Europa nel garantire la propria sicurezza in un forte contesto transatlantico, è in armonia con gli interessi statunitensi. Se sarà sostenuta da effettive capacità militari e politiche, l'Iesd potrà risultare un'arma vincente sia per gli Stati Uniti che per l'Europa, e di conseguenza potrà promuovere il sostegno nazionale americano nei confronti dell'Alleanza. Così, mentre gli Stati Uniti, da parte loro, assicurano un costante impegno, auspichiamo che anche l'Europa voglia garantire un contributo sempre crescente.

In passato, i dibattiti sull'Iesd vertevano quasi esclusivamente sugli accordi istituzionali. Evidentemente tali accordi sono necessari. Però un dibattito sull'Iesd non basato sulle capacità reali è un mero esercizio inconcludente. Queste sono state le considerazioni centrali dell'appello lanciato dal Primo Ministro del Regno Unito Blair per un rinnovato dialogo europeo sull'Iesd e noi siamo favorevoli all'accento che ha voluto porre sul concetto delle capacità. Ci auguriamo che l'incontro al vertice della NATO possa dare un nuovo slancio alla creazione, da parte degli alleati europei, di forze efficaci, mobili e sostenibili in grado di compiere in futuro le operazioni di pace, senza dipendere in modo eccessivo dagli Stati Uniti.

La nostra maggiore preoccupazione è che con il procedere degli sviluppi istituzionali dell'Iesd si possa perdere ciò che è stato già conseguito con la creazione di questo organismo in seno alla NATO. Ci aspettiamo che il Vertice di Washington determini la conclusione degli accordi sull'Iesd avviati durante la Ministeriale del 1996 del Consiglio Nord Atlantico di Berlino - compresi i meccanismi di condivisione delle risorse della NATO con l'Ueo (Unione dell'Europa Occidentale). Tale accordo prevede il mantenimento della NATO quale struttura di difesa collettiva, evitando così gli sprechi e le divisioni politiche che potrebbero scaturire dalle iniziative volte alla creazione di singole strutture e dall'attività delle singole forze europee. Si conserverebbero, altresì, quelle consultazioni leali ed aperte già esistenti nella NATO e un ruolo per i sei alleati europei non facenti parte dell'Unione Europea. Ogni iniziativa che miri ad un ulteriore sviluppo dell'Iesd al di fuori del quadro fissato a Berlino deve comunque mantenere ciò che è stato già conseguito.

D: A lungo termine, quale impatto potrà avere il Partenariato per la Pace sia sulla NATO che sulla sicurezza europea e transatlantica?

Vershbow: E' luogo comune dire che il successo conseguito con il Partenariato per la Pace ha superato ogni nostra aspettativa, ma è la verità. Il PfP ha dato modo alla NATO di lavorare con tutti i paesi dell'area euro-atlantica, con l'obiettivo di promuovere l'impegno per la cooperazione e di rafforzare la sicurezza e la stabilità. Esso contribuisce alla creazione di un mondo più sicuro per la NATO e i suoi partner e diventa sempre di più uno mezzo attraverso il quale la NATO e i suoi alleati possono unire gli sforzi nel prevenire e gestire le crisi che si aprono in Europa. Così il PfP continuerà a svolgere un ruolo di primo piano nel miglioramento del contesto globale di sicurezza nell'area euro-atlantica.

Sebbene il PfP fornisca già un contributo importante per la sicurezza europea, constatiamo con piacere l'intenzione di alcuni stati del PfP di voler compiere un ulteriore passo avanti e divenire paesi membri della NATO. L'allargamento della NATO è il fulcro della strategia volta a creare un'Europa sicura, unita, e democratica. Ci aspettiamo che i leader presenti al Vertice approvino il pacchetto di misure che gli Stati Uniti propongono di denominare: "The Membership Action Plan". Con il MAP la NATO si impegna a sostenere la candidatura di quei paesi aspiranti a entrare a far parte dell'Alleanza. Infatti, l'ingresso nella NATO viene deciso politicamente dagli stati membri in base alla valutazione del possibile fattivo contributo di quel paese alla sicurezza globale dell'area euro-atlantica. Il Membership Action Plan consentirà alla NATO di dare agli aspiranti membri un supporto e una valente guida nell'opera di ammodernamento e riformulazione della propria difesa. Ciò a dimostrazione del fatto che la NATO spera effettivamente di poter accogliere nuovi paesi in un futuro non troppo lontano.

D: Che importanza rivestono i rapporti NATO-Russia e in quale direzione pensa che si svilupperanno?

Vershbow: Per motivi storici, geografici e militari, la Russia continua ad essere uno degli interlocutori più importanti per la NATO riguardo ai problemi di politica e di sicurezza. I termini della cooperazione tra la NATO e la Russia può avere un notevole impatto sulla sicurezza globale dell'area euro-atlantica. La nostra idea di un sistema di sicurezza europeo integrato prevede la piena partecipazione di una Russia democratica, non soltanto nel contesto delle relazioni NATO-Russia, ma anche nell'ambito dell'Osce (Organizzazione per la Sicurezza e Cooperazione in Europa) e di altre istituzioni. La NATO ha già stabilito un valido piano di cooperazione con la Russia attraverso il Consiglio Congiunto Permanente (PJC). Pochi sanno, anche nella stessa Russia, che i soldati russi sono schierati accanto alle forze NATO nella Forza di Stabilizzazione in Bosnia (SFOR), sotto il comando di un generale degli Stati Uniti.

Il PJC ha dimostrato di essere un forum costruttivo per lo scambio di vedute e per l'individuazione di specifiche aree di cooperazione, con particolare riguardo alle operazioni di mantenimento della pace, alla proliferazione delle armi di distruzione di massa, alla scienza e all'ambiente, addirittura ai problemi dell'anno 2000. Il PJC ha rappresentato la sede principale di consultazioni con la Russia su difficili e controverse questioni, come quella del Kosovo. In questa occasione, gli alleati hanno potuto avere un leale scambio di vedute con la Russia, e ciò ha certamente permesso di attenuare le posizioni divergenti e rivolgere l'attenzione al raggiungimento di un obiettivo comune, quale quello di una risoluzione pacifica della crisi nel Kosovo. Riguardo al futuro, sono convinto che man mano che la Russia imparerà a conoscere meglio la NATO, ci saranno nuove possibilità di cooperazione tra le due parti nell'affrontare insieme occasioni e rischi del nuovo secolo. Questo non potrà che rafforzare la sicurezza dell'Europa nel suo insieme.

D: Vi sono dei risultati tangibili che vorrebbe vedere emergere dalla celebrazione del 50E anniversario della NATO a Washington nel mese di aprile?

Vershbow: Ve ne sono tanti. Per iniziare, si festeggerà l'adesione alla NATO della Repubblica Ceca, dell'Ungheria e della Polonia. Già questo è rilevante in quanto dimostra che la linea divisoria di Stalin in Europa viene cancellata per sempre. In secondo luogo, la NATO ribadirà il suo impegno per un ulteriore allargamento, attuando misure concrete, stabilite nell'ambito del Membership Action Plan, a cui accennavo prima, per aiutare i paesi candidati. Infine, faremo del PfP uno strumento più che mai operativo, una coalizione permanente di stati democratici in grado di assicurare un intervento congiunto in caso di crisi.

La NATO darà altresì una risposta alla vostra prima domanda - "Quale sarà il ruolo della NATO nel XXI secolo?". E' importante che l'opinione pubblica, nei paesi NATO e non, capisca veramente a cosa serve la NATO. Nel rispondere a questa domanda diamo un aggiornamento al "concetto strategico" della NATO. L'ultima versione era stata elaborata nel 1991, anno in cui non era ancora terminata la Guerra fredda. La nuova versione si riferirà in modo esplicito al futuro della NATO - compresi gli interventi di risposta alle crisi non previsti nell'Articolo 5 - e una particolare attenzione al partenariato e alla cooperazione, unitamente all'impegno continuo nella difesa dei paesi membri della NATO.

Vi sono diverse altre iniziative che non descriverò in modo dettagliato, ma che sono altrettanto importanti. Esiste, ad esempio, la Defense Capabilities Initiative, volta ad assicurare che le forze militari degli Stati Uniti e dell'Europa sfruttino al massimo le tecnologie avanzate, e che siano in grado di intervenire e sostenersi in operazioni di crisi lontane dalle loro basi nazionali. Abbiamo anche proposto l'iniziativa Weapons of Mass Destruction affinché la NATO valuti in modo più diretto una delle più recenti e serie minacce alla sicurezza del secolo a venire. Se intraprese collettivamente, queste ed altre iniziative dimostreranno chiaramente all'opinione pubblica di tutti i nostri paesi che la NATO è il mezzo principale per la costruzione nel prossimo secolo di un'Europa più stabile, sicura e unita.


Il RUOLO DELLA NATO NEL NUOVO MILLENNIO:
OBIETTIVI COSTANTI ED EMERGENTI

Una valutazione dell'Ambasciatore Marc Grossman
Sottosegretario di Stato per gli Affari Europei

Con l'inizio del nuovo millennio, la NATO continuerà ad avere come obiettivo cardine quello della "difesa collettiva", dichiara l'Ambasciatore Marc Grossman, Sottosegretario di Stato per gli affari europei. "L'Alleanza dovrà inoltre migliorare la sua flessibilità e la sua capacità in termini di prevenzione, di deterrenza e, se necessario, di risposta ad un'ampia gamma di minacce, compresa la proliferazione di armi di distruzione di massa". Nel sottolineare l'importanza dell'allargamento della NATO, Grossman ipotizza che i tre nuovi paesi membri non saranno gli ultimi. " Al Vertice si ribadirà il concetto che le porte della NATO rimarranno aperte, e che l'Alleanza svolgerà un ruolo attivo nell'aiutare i paesi aspiranti a varcare questa soglia", egli dice. Vi riportiamo in questo articolo le risposte di Grossman alle domande poste da "U.S. Foreign Policy Agenda".

Domanda: Come si inserisce la NATO nel quadro generale delle relazioni tra gli Usa e l'Europa?

Grossman: Le nostre relazioni con l'Europa sono essenziali ed ampie. Lavorando insieme

possiamo superare positivamente i problemi più ampi, nonché fissare un'agenda globale. La NATO rappresenta una delle principali istituzioni che ci consente di fare tutto ciò. Ma fa anche parte di un quadro più ampio di relazioni istituzionali con l'Europa che comprendono l'Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (Osce) e l'Unione europea (Ue). Le sfide che siamo chiamati a cogliere ora, e che affronteremo nel XXI secolo, escludono la possibilità di un intervento individuale. Che si tratti di armi di distruzione di massa o di criminalità organizzata internazionale, tanto per dirne due, abbiamo bisogno di un saldo partenariato con l'Europa ed una serie di istituzioni per promuovere e difendere i nostri interessi comuni. Nel corso dei Vertici NATO, Osce, e Usa-Unione europea di quest'anno, lavoreremo con i nostri partner europei al fine di elaborare una strategia che consenta ad ognuna di queste istituzioni di operare nella propria area di competenza rafforzandosi nel contempo l'un l'altra.

In questo quadro istituzionale è l'alleanza NATO che garantisce e tutela maggiormente la nostra sicurezza e i nostri interessi comuni. La NATO è uno strumento chiave nella promozione della sicurezza e della stabilità in Europa nel suo insieme. Attraverso le operazioni di gestioni di crisi della NATO, come la SFOR (Forza di stabilizzazione) in Bosnia, possiamo intervenire in quei conflitti regionali che minano la sicurezza di un'area molto più estesa. Una NATO favorevole all'ingresso di nuovi membri aiuta anche a porre fine alle divisioni della Guerra fredda. I legami particolari tra NATO, Russia e Ucraina favoriscono la cooperazione e la consultazione, superando così lunghi anni di antagonismo e sfiducia.

D: L'allargamento della NATO e l'introduzione, da parte degli Stati Uniti, del concetto di Partenariato per la Pace (PfP), hanno avuto secondo Lei un impatto sull'ampliamento dell'Unione europea?

Grossman: Certamente, ed è stato anche positivo. Noi siamo favorevoli all'ampliamento dell'Unione europea per la stessa ragione per cui abbiamo sostenuto l'allargamento della NATO: per promuovere la democrazia, la prosperità e la sicurezza nelle nuove democrazie dell'Europa centrale e orientale.

Nei paesi candidati all'Ue, il processo di allargamento della NATO crea la fiducia che le proprie esigenze in materia di sicurezza vengano soddisfatte. Consente loro anche di acquisire un'importante esperienza grazie ad una stretta cooperazione e consultazione con l'Alleanza. Questo facilita il processo di adesione dei paesi aspiranti all'Ue. Analogamente, il PfP permette ai propri membri di familiarizzarsi con le procedure democratiche. Vedono come i civili gestiscono gli apparati militari e come le assemblee legislative ne deliberano la spesa e le politiche. L'apprendimento e l'applicazione dei valori democratici preparano i paesi candidati al loro ingresso sia nella NATO che nell'Ue.

D: L'Ue e l'Osce svolgono un ruolo nella sicurezza transatlantica? Se sì, come possiamo mettere in relazione il ruolo di sicurezza della NATO e quello dell'Osce?

Grossman: Sia l'Osce che le relazioni Usa-Ue svolgono ruoli importanti e complementari nella nostra struttura di sicurezza euro-atlantica. Naturalmente, l'Ue non è un'istituzione transatlantica, ma le relazioni Usa-Ue sono essenziali per la nostra sicurezza e la nostra prosperità. Come ha già detto il Segretario di Stato Albright, " La NATO sarà sempre l'istituzione di elezione qualora l'America settentrionale e l'Europa dovessero attuare un intervento militare congiunto". L'Osce è, invece, l'istituzione di riferimento quando si tratta di promuovere i diritti dell'uomo e la democrazia in Europa.

L'Osce ricopre un ruolo essenziale nelle operazioni di avvistamento avanzato, prevenzione dei conflitti, gestione delle crisi, e nella riabilitazione post-conflitto. Gli eventi degli ultimi anni in Bosnia e la più recente crisi nel Kosovo evidenziano il modo in cui NATO e Osce possono collaborare. Solo la NATO, per esempio, ha saputo separare le parti in guerra in Bosnia. Solo l'Osce ha saputo monitorare le elezioni. Entrambi questi elementi sono stati fondamentali per il successo degli Accordi di pace di Dayton. La "Nuova Agenda Transatlantica", lanciata dal Presidente Clinton e dai leader dell'Ue nel Dicembre 1995, crea un modo flessibile per affrontare tutta una serie di preoccupazioni in materia di sicurezza. L'agenda prevede, ad esempio, temi quali: la cooperazione diplomatica nelle crisi regionali, l'assistenza allo sviluppo, e i diritti dell'uomo; un approccio congiunto all'anti-terrorismo, alla non-proliferazione, e all'anti-droga; la cooperazione nella tutela ambientale, il controllo delle malattie, la criminalità internazionale, e le forze dell'ordine.

D: L'esperienza acquisita nel Kosovo costituisce un modello valido per l'integrazione delle diverse instituzioni europee per la sicurezza?

Grossman: Sia in Bosnia che nel Kosovo, le istituzioni transatlantiche hanno collaborato nel tentativo di risolvere gravi conflitti e promuovere la stabilità. In Bosnia, la NATO ha garantito un contesto di sicurezza per gli Accordi di pace di Dayton. L'Osce ha messo a punto un sistema elettorale e ha coordinato i negoziati per il controllo degli armamenti. L'Unione europea ha fornito un'assistenza indispensabile per la ricostruzione della società civile in tutto il paese. Lo svolgimento di tali funzioni ha richiesto una stretta e costante cooperazione.

La situazione nel Kosovo è diversa da quella verificatasi in Bosnia. Eppure le tre istituzioni sono all'opera anche lì. La NATO ha contribuito, con la sua potenza militare, ad allontanare lo spettro di una guerra integrale ed un immane disastro umanitario. La comunità internazionale ha richiesto l'intervento dell'Osce per monitorare la situazione sul territorio con la Missione di verifica nel Kosovo (KVM). E l'Unione europea, in collaborazione con gli Stati Uniti, svolgerà un ruolo di primo piano nel fornire assistenza post-insediamento per la ricostruzione della società civile in quel paese.

D: Che tipo di influenza esercitano Russia e Ucraina nella relazione Usa-transatlantica?

Grossman: Le nostre relazioni con entrambi questi paesi sono di importanza fondamentale. Collaboriamo con loro su tutta una serie di questioni. Quando parliamo di Russia e Ucraina nel contesto delle relazioni euro-atlantiche, l'accento viene posto sul concetto di integrazione.

L'adesione di questi paesi al PfP è stato per noi un motivo di grande soddisfazione. Per rafforzare questo tipo di interscambio, la NATO ha creato, con la Russia, il Consiglio congiunto permanente, e la Commissione NATO-Ucraina. Entrambi questi paesi sono anche membri del Consiglio d'Europa e rivestono un ruolo rilevante in seno all'Osce. Nell'attuare la nostra agenda transatlantica, continueremo a valorizzare il più possibile un'attività di scambio e interazione all'interno della comunità euro-atlantica.

D: Come potrà incidere nelle relazioni Usa-Europa una maggiore integrazione economica europea, già realizzata con l'introduzione dell'Euro?

Grossman: Riteniamo che l'euro sia positivo sia per gli Europei che per noi. Rappresenta una pietra miliare storica nella storia dell'integrazione europea che, sin dall'inizio, è stata appoggiata dagli Stati Uniti. Il successo dell'euro è importante per tutti.

Gli Stati Uniti trarranno numerosi vantaggi da un'economia europea più dinamica. L'Europa sarà un mercato più grande per le nostre esportazioni, e più sicuro per le imprese statunitensi che vorranno operarci. Se l'euro, come del resto ci auguriamo, sarà in grado di stimolare lo sviluppo di un mercato dei capitali di proporzioni continentali, e di portare alle riforme strutturali, allora la domanda europea di beni statunitensi crescerà.

D: Quali sono gli obiettivi degli Stati Uniti riguardo alla riunione del Consiglio del partenariato euro-atlantico che si terrà a seguito del Vertice NATO a Washington?

Grossman: La riunione del Consiglio del partenariato euro-atlantico(Eapc) si terrà il secondo giorno del Vertice di Washington. Tale incontro potrà chiarire il fatto che l'Eapc sta diventando il fulcro di una rete di sicurezza cooperativa, che riunisce tutte le democrazie d'Europa nel tentativo di affrontare le sfide comuni.

Ci auguriamo che gli incontri tenuti nell'ambito del Vertice di Washington mettano in rilievo l'importanza di una più profonda integrazione tra tutti i partner nell'opera dell'Alleanza - a prescindere dalle eventuali ambizioni di appartenenza alla NATO - poiché riteniamo che questa cooperazione sia un elemento basilare nell'assicurare la sicurezza e la stabilità in Europa e per l'Europa.

Tali riunioni ci danno l'occasione di discutere su come rendere il più possibile operativo il nostro partenariato. Uno dei principali obiettivi è quello di definire un contesto che ci consenta di coinvolgere maggiormente tutti i partner nella pianificazione e la conduzione delle future operazioni non rientranti nell'Articolo 5. Studieremo attentamente il giusto modo per garantire che le unità dei partner e dell'Alleanza operino insieme in maniera efficace.

D: Come pensa che possano cambiare il ruolo e gli obiettivi primari della NATO con l'arrivo del nuovo millennio?

Grossman: Come ha dichiarato il Segretario di Stato Albright, alla riunione dei Ministri degli Esteri della NATO nel Dicembre 1998, "vogliamo un'Alleanza rafforzata dalla presenza di nuovi membri; capace di difesa collettiva; impegnata a combattere le innumerevoli minacce contro i nostri interessi e valori comuni; in grado di agire di concerto con gli altri partner per assicurare la stabilità, la libertà, e la pace in e per tutta l'area transatlantica".

L'obiettivo primario della NATO rimarrà quello della difesa collettiva. L'Alleanza dovrà anche migliorare la sua flessibilità e capacità in termini di prevenzione, di deterrenza e, se necessario, di risposta ad un'ampia gamma di minacce, compresa la proliferazione delle armi di distruzione di massa.

L'allargamento della NATO è anche di fondamentale importanza. E' una conseguenza naturale e continua dell'ampliamento di un'Europa in pace, unita e democratica; i tre nuovi membri non saranno gli ultimi. Al Vertice si ribadirà il concetto che le porte della NATO rimarranno aperte, e che l'Alleanza svolgerà un ruolo attivo nell'aiutare i paesi aspiranti a varcare questa soglia.


COME SI TRASFORMA LA CAPACITA' DIFENSIVA DELLA NATO
IN PREPARAZIONE AL XXI SECOLO

dell'Ammiraglio Harold W. Gehman
Comandante Supremo Allelato nell'Atlantico

Il Comandante Supremo Alleato dell'Atlantico riveste una posizione unica per poter valutare i nuovi pericoli che la NATO deve affrontare; fra questi, "la proliferazione delle armi di distruzione di massa, l'aumento del carattere letale del terrorismo" e "l'avventurismo non sponsorizzato dagli Stati". L'Ammiraglio Harold W. Gehman sottolinea come le recenti esperienze dell'Alleanza in Bosnia abbiano dimostrato che la NATO ha già da tempo imboccato la strada della trasformazione da "forza di difesa fissa e di posizione" a "forza operativa mobile e flessibile". Di qualunque natura siano i cambiamenti che potranno venire apportati al Concetto Strategico della NATO, tre pilastri dovranno continuare a sostenere le fondamenta dall'Alleanza: difesa comune, deterrente nucleare e collegamento transatlantico.

INTRODUZIONE

Le relazioni transatlantiche cementate dal Trattato di Washington del 1949 sono state eccezionalmente durevoli e pacifiche, oltre ad aver consentito di allontanare sia i pericoli provenienti dall'esterno che, cosa altrettanto importante, quelli provenienti dall'interno. Tuttavia, il successo della NATO ha dato vita ad una nuova era, non più caratterizzata da uno scenario bipolare. Aumentano i conflitti etnici, l'instabilità politica e le controversie territoriali intorno alla periferia del territorio difeso dalla NATO. Dobbiamo affrontare la proliferazione delle armi di distruzione di massa, l'aggravarsi del carattere letale del terrorismo, fenomeni di avventurismo non sponsorizzato dagli Stati, ed altre sfide asimmetriche. Questi nuovi pericoli ci hanno costretto a riesaminare le definizioni di pace, integrità territoriale e sicurezza, concetti che costituiscono la ragion d'essere dell'Alleanza.

Al fine di mantenere in futuro la stessa rilevanza che ha avuto negli ultimi cinquant'anni, l'Alleanza ha subito fatto proprio questo bisogno di cambiamento. L'evoluzione è dimostrata da programmi NATO come l'Atto Fondatore firmato con la Russia ed il programma di Partenariato per la Pace (PfP), entrambi volti ad allargare la trasparenza e il dialogo dal centro della NATO verso Est e Sud. Analogamente, l'Alleanza sta istituendo relazioni solide con le importanti organizzazioni che svolgono compiti complementari a quelli della NATO: l'Unione Europea (Ue), l'Unione per l'Europa Occidentale (Ueo) e l'Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (Osce). La più visibile tra le missioni NATO è stato il comando dell'IFOR (forze multinazionali di attuazione), seguito dallo SFOR (forze di stabilizzazione).

L'esperienza della NATO in Bosnia ha rappresentato un notevole successo, sia in termini umanitari che geopolitici, ma ha anche dimostrato che la trasformazione dell'Alleanza da forza di difesa fissa e di posizione in forza operativa flessibile e mobile è già a buon punto. Altri cambiamenti significativi riguardano l'organizzazione, la tecnologia e la dottrina e sono volti ad assicurare che le forze militari della NATO costituiscano uno strumento efficiente di gestione delle crisi ovunque vengano minacciati gli interessi collettivi dei suoi membri.

I BENEFICI DELLA NATO

Dopo la pacifica scomparsa della sua antica avversaria, la NATO è indiscutibilmente l'alleanza di maggior successo della storia. Gli stati membri della NATO godono di libertà, prosperità e sicurezza in una misura che non ha precedenti. Sebbene il fulcro dell'Alleanza sia costituito dall'obbligo alla difesa reciproca, la sua principale funzione potrebbe finire per essere l'impatto psicologico che ha esercitato sull'evoluzione politica ed economica d'Europa. Sotto l'ombrello della NATO sono state costruite le economie, gli organi della società civile e i partiti politici dell'Europa occidentale. L'Ue e la nuova Ueo sono oggi i prodotti della fiducia e del senso di comunanza sviluppatosi in seno all'Alleanza.

La sicurezza garantita dalla NATO ha creato un clima che ha stimolato gli europei a lavorare, risparmiare ed investire fino a creare una prosperità di cui non avevano mai goduto prima. Negli anni successivi alla II guerra mondiale, l'America del Nord ha dato molto all'Europa in termini di assistenza economica e protezione militare, e molto ha ricevuto in cambio. La rinnovata ricchezza dell'Europa produceva mercati, prodotti e capitali che alimentavano la costante crescita del Nord America. Ora l'Europa è il partner commerciale più importante del Nord America. L'avvio dell'Euro, avvenuto quest'anno, rappresenta una pietra miliare nello sviluppo di un'economia europea forte e unificata, che incrementerà ulteriormente gli scambi attraverso l'Atlantico. Tali sensazionali sviluppi economici sono il risultato diretto di cinquant'anni di stabilità permessi dall'esistenza della NATO.

L'Alleanza ha anche fornito un motivo logico per il mantenimento di consistenti forze militari in tempo di pace. Durante la Guerra fredda, il processo di pianificazione delle forze NATO incoraggiava le varie nazioni a mantenere una struttura militare sufficiente a consentire una strategia di risposta flessibile. Quando tutti i paesi NATO riducevano l'entità delle loro forze armate dopo la fine della guerra fredda, il processo di pianificazione delle forze NATO teneva sotto controllo la corsa al disarmo. L'Alleanza fornisce alle varie nazioni membre una preziosa struttura che si incarica di esaminare le circostanze future della sicurezza e di sviluppare nuove strategie e nuove potenzialità.

DIRETTIVE PRATICHE PER LE AUTORITA' MILITARI DELLA NATO

Gli ultimi dieci anni hanno rappresentato un periodo di crescita senza precedenti per la NATO. La versione del 1991 del Concetto Strategico ampliava la definizione di sicurezza e preparava il quadro per le operazioni NATO in Bosnia. La sfida attuale per i membri dell'Alleanza è creare un nuovo Concetto Strategico che fornisca alle autorità militari della NATO una visione lungimirante e nel contempo molto pratica. Per poterci condurre nel XXI secolo, il Concetto Strategico dovrà riflettere i cambiamenti occorsi nell'Alleanza lasciando spazio per quelli che ancora si presenteranno. Il nuovo Concetto Strategico dovrà anche fungere da guida pratica per i militari, in modo tale che un ufficiale come me sia in grado di elaborare dei piani d'emergenza, fissare dei traguardi e progettare delle esercitazioni di addestramento in maniera realistica - in altri termini compiere tutto quanto ci si aspetta da una forza militare.

TRASFORMAZIONE DELLA CAPACITA' DIFENSIVA DELLA NATO

Nel mese di aprile di quest'anno i capi di Stato della NATO celebreranno il cinquantesimo anniversario dell'Alleanza. Oltre ad essere una commemorazione del passato, il vertice di Washington rappresenta un'occasione unica per volgere l'attenzione alla trasformazione delle capacità difensive della NATO in vista dei prossimi cinquant'anni. Sono convinto che la NATO debba seguire un procedimento più sistematico e metodico per sviluppare le capacità militari che saranno richieste dal Concetto Strategico. Prima di discutere tali cambiamenti, consentitemi di sottolineare che i tre pilastri dell'alleanza - difesa comune, deterrente nucleare e collegamento transatlantico - sono e debbono rimanere alla base del nostro impegno. Essi rappresentano le politiche fondamentali che hanno assicurato il successo della nostra Alleanza in passato e sono cruciali per il nostro successo futuro.

Spesso gli esperti non si trovano d'accordo circa la natura del futuro scenario di sicurezza o il tipo di capacità militari e di concetto di combattimento che serviranno domani. Dopo tutto, il futuro è difficile da prevedere. La mia sfera di cristallo non è più precisa di altre, quindi non posso giurare su uno scenario specifico. Piuttosto, vorrei fare in modo che il processo di trasformazione sia sistematico: esso dovrebbe includere una visione operativa comune per descrivere il modo in cui i comandanti NATO impiegheranno le capacità militari future. Tale visione costituirà un punto di riferimento che i responsabili NATO per la pianificazione delle forze potranno usare per ottimizzare la struttura delle forze e decidere il modo migliore di sfruttare le nuove tecnologie.

Anche nell'ambito di una visione operativa comune, i pianificatori delle forze NATO dovranno scegliere tra una serie di strategie d'investimento in competizione tra loro. E' indispensabile stabilire delle priorità, coordinare ed integrare i nostri sforzi per fare in modo che il dettato del Concetto strategico si traduca in azioni che migliorino le nostre capacità di difesa a livello delle singole nazioni dell'Alleanza. Qualche forma di sperimentazione potrebbe essere d'aiuto per determinare quali strategie hanno migliori probabilità di massimizzare la capacità difensiva e per risolvere problemi tecnici, organizzativi e dottrinali, nonché per salvaguardarci da brutte sorprese provenienti da potenziali avversari, soprattutto del tipo asimmetrico. Tale sperimentazione potrebbe prendere la forma di seminari, giochi di guerra, esercitazioni di comando o sul campo a seconda della questione affrontata.

L'esperienza maturata in Bosnia e nelle recenti esercitazioni con le Forze Multinazionali Interarma indica che il nostro processo di trasformazione dovrebbe concentrarsi sulle aree delle comunicazioni e della logistica. Dobbiamo migliorare la velocità e l'efficienza del comando tramite sistemi di comando e controllo meglio compatibili tra loro, interoperabili ed integrati, se vogliamo che migliori anche la nostra capacità di sfruttare i futuri sviluppi tecnologici, commerciali e militari. Abbiamo visto che i sistemi logistici della guerra fredda non sono all'altezza di fungere da supporto alle forze NATO spiegate al di là delle zone operative tradizionali. Dobbiamo essere in grado di individuare e spostare rapidamente le risorse ed effettuare operazioni logistiche multinazionali.

IL COMANDO ATLANTICO ALLEATO ED IL COLLEGAMENTO TRANS-ATLANTICO

Da quando è stata fondata la NATO, per collegamento transatlantico si intendono tutti i legami politici, economici e militari tra Nord America e Europa. Il Comando Alleato dell'Atlantico (ACLANT) è acquartierato a Norfolk, in Virginia, e rappresenta il pilastro occidentale del collegamento transatlantico. L'ACLANT fu creato per garantire il flusso delle forze militari e degli approvvigionamenti che dal Nord America arrivavano in aiuto della difesa dell'Europa. Durante la guerra fredda, era previsto che in caso di ostilità l'ACLANT svolgesse operazioni anti-sottomarino e anti-navi di superficie e opponesse al Patto di Varsavia un secondo fronte sul fianco settentrionale della NATO. Le operazioni tradizionalmente difensive della NATO, note come operazioni Articolo 5, costituiscono il fulcro dell'Alleanza e rimangono la missione primaria dell'ACLANT; tuttavia, i cambiamenti sopravvenuti nel panorama della sicurezza forniscono l'occasione di usare l'esperienza marittima dell'ACLANT in una nuova ottica.

Oggi l'ACLANT è molto attivo nella pianificazione e nell'esecuzione di operazioni combinate e congiunte dal mare, al fine di impiegare tutta la gamma di capacità militari dei diversi servizi - capacità che forniranno i mezzi per gestire le crisi che potrebbero emergere alla periferia del territorio difeso dalla NATO. Per queste attività risulta utile l'approccio al combattimento degli ufficiali di marina, basato sulla flessibilità, la velocità delle informazioni, la mobilità, l'autosostentamento e la logistica integrata. L'evoluzione di iniziative come le Forze Multinazionali Interarma, il Partenariato per la Pace, l'Identità europea di sicurezza e difesa all'interno della NATO e la controproliferazione saranno vitali per l'Alleanza in futuro e godono della massima priorità. Gli obiettivi di maggiore interesse sono la soluzione dei problemi di interoperabilità e lo sfruttamento delle nuove tecnologie.

Le caratteristiche dello Stato Maggiore dell'ACLANT sono molto cambiate per adeguarsi a queste nuove sfide. Si programmano esercitazioni e operazioni che uniscano le capacità di diversi servizi militari per ottenere un effetto maggiore rispetto alla somma delle parti.

UNA NUOVA MISSIONE PER LE FORZE MARITTIME:

IL CONCETTO DELLE FORZE MULTINAZIONALI INTERARMA

Il nuovo scenario della sicurezza aumenta le probabilità che le forze militari della NATO debbano condurre operazioni intorno alla periferia del territorio da essa difeso. Il concetto delle Forze Multinazionali Interarma fornisce un quadro per l'organizzazione di missioni che vadano oltre la rete fissa dei quartieri generali della NATO. Agli occhi della NATO una Forza Multinazionale Interarma è un'organizzazione ad hoc costituita per l'esecuzione di missioni specifiche a partire da un quartier generale esistente. Vengono raccolti equipaggiamenti, personale, supporto logistico e relative risorse in misura sufficiente a condurre l'operazione, ma solamente per la durata dell'operazione stessa.

Nel marzo 1998 l'ACLANT ha svolto la prima importante esercitazione in un quartier generale marittimo NATO con Forze Multinazionali Interarma, la "Strong Resolve Crisis South", nel quadro di un'esercitazione, che impiegava oltre 50.000 unità di personale. Il quartier generale marittimo era costituito dal quartier generale del Comandante della Flotta di Combattimento dell'Atlantico a bordo della nave da comando USS Mount Whitney. Il comandante della Forza Multinazionale Interarma era incaricato di predisporre un'operazione di sostegno della pace in un paese fittizio.

L'esercitazione ha dimostrato il vantaggio di un quartier generale marittimo per le Forze Multinazionali Interarma, in quanto esso garantisce la velocità e la flessibilità necessarie a raggiungere tutte le aree di possibile conflitto. Un quartier generale di questo genere deve essere logisticamente autonomo per lunghi periodi e può risultare l'unica possibilità per operazioni di emergenza in zone geografiche difficili da raggiungere, quando non si ha il supporto della nazione ospitante e laddove la situazione è troppo esplosiva per rischiare di stabilire un quartier generale terrestre.

Le prove effettuate dimostrano che il concetto delle Forze Multinazionali Interarma è valido e che i quartieri generali sia terrestri che marittimi sono stati in grado di affrontare le sfide presentate dalle missioni assegnate. La fase successiva consisterà nell'esaminare le analisi che lo Stato Maggiore farà dei risultati, riflettere sulla lezione appresa dalle operazioni in Bosnia e continuare a studiare. Le prospettive sono incoraggianti e entrambi i principali Comandanti NATO (i Comandanti Supremi Alleati per l'Atlantico e per l'Europa) sono ansiosi di mettere pienamente in pratica il concetto delle Forze Multinazionali Interarma all'interno della Struttura di Comando Alleata.

L'IDENTITA' EUROPEA DI SICUREZZA E DIFESA

Un risultato importante del vertice di Madrid del 1977 fu la riaffermazione dell'impegno della NATO a favore di un partenariato forte e dinamico tra le nazioni membre di Europa e Nord America. Tale impegno si fonda sulla vitalità del collegamento transatlantico. Per i primi cinquant'anni di vita della NATO tale collegamento ha avuto carattere prevalentemente unidirezionale, dal Nord America verso l'Europa. In occasione del vertice di Berlino la NATO ha dichiarato che avrebbe iniziato a costruire una Identità europea di sicurezza e difesa (Iesd) con il fine di sviluppare un partenariato più equilibrato tra Nord America e Europa. La creazione di una Iesd richiede elementi di forza separabili ma non separati rispetto alla struttura di forze della NATO, che potrebbero essere resi disponibili sotto la direzione politica ed il controllo strategico della Ueo.

Gli elementi essenziali per costruire un'Iesd che resista alla prova dei fatti sono, fra l'altro, rendere le risorse NATO disponibili per le operazioni Ueo, adattare il concetto delle Forze Multinazionali Interarma alle operazioni condotte dall'Ueo ed impegnarsi alla trasparenza da entrambe le parti nella gestione delle crisi. L'ACLANT ha sviluppato il concetto di Forza Marittima Multinazionale Europea (Fmme) per iniziare ad affrontare la questione del supporto marittimo all'Iesd. Il concetto dell'Fmme cerca di sfruttare al massimo i punti di forza della NATO: forze multinazionali addestrate, dottrina comune, una struttura di esercitazioni collaudata ed un'efficiente organizzazione di comando e controllo.

PARTENARIATO PER LA PACE

L'introduzione dell'iniziativa PfP nel 1994 ha aggiunto una nuova dimensione alle relazioni tra NATO e paesi membri. Insieme alle relazioni speciali che si stanno sviluppando tra Alleanza e Russia ed Alleanza ed Ucraina, il PfP aiuta a costituire il quadro per nuovi e più saldi accordi di sicurezza in Europa. Il PfP mira a valorizzare le capacità di peacekeeping e l'interoperabilità delle forze militari dei paesi membri con quelle della NATO tramite pianificazione, addestramento ed esercitazioni congiunte. Esso facilita anche la trasparenza del processo di pianificazione e programmazione finanziaria della difesa oltre a promuovere il controllo democratico delle forze difensive.

L'ACLANT patrocina una vasta serie di esercitazioni militari di tipo marittimo ed altre attività di addestramento che vanno dall'apprendimento delle lingue a seminari sul rafforzamento del ruolo degli ufficiali non in servizio attivo. Diversi paesi membri hanno ufficiali dislocati prezzo il quartier generale dell'ACLANT e speriamo di poter effettuare uno scambio di ufficiali con la Russia l'anno prossimo.

CONCLUSIONE

Per cinquant'anni l'Alleanza ha fornito la sicurezza e la stabilità che hanno garantito pace e prosperità a tutti i membri. Il Concetto strategico del 1991 ha dato inizio ad una trasformazione dell'Alleanza e delle sue forze militari che continua a buon ritmo.

Trasformare le capacità difensive della NATO è una sfida temibile, in quanto richiede una complessa riassegnazione delle risorse ed un grosso lavoro per mettere in atto le nuove strutture organizzative. Poiché non è più necessario concentrare le energie su una battaglia atlantica, l'ACLANT si dedica ora a ridefinire il collegamento transatlantico in modo da arricchirlo con nuove idee, concetti, dottrine e tecnologie che si aggiungano all'idea originaria di mettere a disposizione dell'Alleanza la potenza militare del Nord America.

Durante questo periodo di transizione, il Comando Atlantico agirà come un centro di eccellenza flessibile e innovativo, proponendo idee e soluzioni per fare in modo che la NATO mantenga per altri cinquant'anni il primato nel suo settore. I progressi compiuti finora sono incoraggianti, e credo che la NATO entrerà nel XXI secolo a vele spiegate.


LA NATO NEL XXI SECOLO

del Senatore William V. Roth, Jr.

Nel nuovo millennio la NATO "dovrà essere una solida alleanza politico-militare tra stati sovrani il cui scopo è quello di impiegare la forza e la diplomazia nella difesa collettiva e nella promozione della sicurezza degli stati membri, dei valori democratici, dello stato di diritto e della pace," dichiara il Senatore Roth in un rapporto dell'Assemblea dell'Atlantico del Nord rilasciato nell'ottobre 1998. Mentre chiede agli Stati Uniti un forte impegno nella NATO, Roth sottolinea anche che "nel rispondere alle sfide alla sicurezza emergenti in Europa e fuori dell'Europa, per la futura esistenza dell'Alleanza Atlantica sarà essenziale la partecipazione attiva degli altri stati membri." Riportiamo in questo articolo una sintesi delle raccomandazioni contenute nel rapporto di Roth, ex-presidente dell'Assemblea Atlantica, elaborate sotto la guida di un comitato direttivo composto da legislatori degli stati membri europei e nord americani dell'Alleanza Nord Atlantica.

Il Vertice della NATO, fissato per il mese di aprile 1999 a Washington, rappresenta per gli alleati un'occasione per festeggiare questi cinquant'anni di successo e, ancora più importante, per porre le basi per il futuro. Da questo evento sarà necessario ottenere un risultato preciso esprimendo chiaramente i motivi del prosieguo dell'attività della NATO, e adottando un nuovo "concetto strategico" che risponda alle condizioni e ai requisiti di sicurezza attuali, per continuare il processo di apertura della NATO ad altre democrazie europee. Gli alleati non possono limitarsi semplicemente a celebrare i vecchi ed i nuovi successi, devono anche dimostrare lungimiranza e coraggio nel far fronte alle sfide del XXI secolo. E' in quest'ottica che formuliamo le seguenti raccomandazioni:

- Una visione per la NATO: la NATO del XXI secolo "dovrebbe essere una solida alleanza politico-militare tra stati sovrani il cui scopo è quello di applicare il potere e la diplomazia volti alla difesa collettiva e alla promozione della sicurezza, dei valori democratici, dello stato di diritto e della pace degli stati membri."

-Lo scopo della NATO è quello di difendere valori e interessi, non soltanto territori: nel corso del Vertice di Washington ad aprile 1999 si deve riaffermare il fatto che il Trattato Nord Atlantico costituisce un mandato inequivocabile volto alla difesa collettiva di valori e interessi comuni, nonché la difesa territoriale.

- Gli Stati Uniti dovranno mantenere l'impegno in favore dell'Alleanza: l'impegno e il ruolo guida degli Stati Uniti nell'Alleanza sono elementi indispensabili per la sua futura esistenza. Nel contempo, per la sua stessa esistenza sarà essenziale la partecipazione attiva degli altri alleati della NATO nel rispondere alle sfide alla sicurezza emergenti in Europa e fuori di essa.

- Rafforzare le relazioni tra la NATO e l'Assemblea dell'Atlantico del Nord (Naa): in definitiva l'efficienza e la forza politica della NATO dipendono dal sostegno del parlamento e dell'opinione pubblica degli stati membri. In considerazione della centralità del processo democratico per la sicurezza e per la stabilità future, e del contributo dato dalla Naa al rafforzamento di tale processo, le relazioni tra Naa e NATO dovrebbero essere potenziate intensificando le attività di consultazione e cooperazione.

- Cadenzare, non sospendere, il processo di allargamento: al Vertice di Washington, gli alleati dovrebbero invitare la Slovenia ad avviare le trattative per la sua adesione. La Slovenia risponde ai requisiti di appartenenza. Tale invito dimostrerebbe che gli alleati intendono rispettare la politica di apertura senza voler sovraccaricare l'agenda della NATO. L'accettazione della Repubblica Ceca, l'Ungheria e la Polonia da parte degli alleati e nei prossimi anni di altre nazioni rispondenti ai criteri di ammissione, evidenzia il fatto che la NATO si è posta valori e obiettivi che trascendono dalla pura esistenza di un "nemico" per confermare la sua utilità nel tempo.

- Integrare la missione principale e quelle parallele della NATO: come previsto nell'Articolo 5 del Trattato, la difesa collettiva in risposta ad un eventuale attacco armato contro una o più parti deve continuare ad essere la missione principale della NATO. Oltre a questo, i paesi membri della NATO devono rivolgere una maggiore attenzione politica e destinare ulteriori risorse di difesa alle emergenti missioni parallele non previste nell'Articolo 5, fra queste la promozione della stabilità in Europa, il controllo della proliferazione delle armi di distruzione di massa, l'attuazione di misure contro il terrorismo, e l'elaborazione di opzioni atte a combattere le minacce che dovessero sorgere al di là dei confini della NATO. Gli alleati devono assicurare una perfetta congruenza tra gli aspetti politico-militari fondamentali delle missioni e le capacità principali e parallele della NATO. A tal proposito, le autorità militari della NATO dovrebbero mettere a punto dei programmi di formazione, esercitazione, spiegamento, e rotazione che consentano alle forze regolari di mantenere la capacità di combattimento, e contemporaneamente di essere utilizzate nell operazioni di pace e in altri interventi non previsti nell'Articolo 5.

- Le missioni della NATO non saranno né globali, né limitate in modo artificioso: gli alleati non dovranno dare l'impressione che le missioni parallele della NATO, quelle non previste nell'Articolo 5, potranno assumere un carattere globale, né che vi si imporranno dei limiti territoriali artificiosi.

- La NATO deve conservare la sua libertà d'azione: gli alleati dovranno sempre tentare di agire all'unisono e, preferibilmente, con un mandato delle Nazioni Unite (Onu) o dell'Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione Europea (Osce), la struttura preposta alla sicurezza collettiva in Europa. Sebbene tutti i paesi membri della NATO preferirebbero senza dubbio agire con tale mandato, non dovranno limitarsi ad intervenire solamente quando questo mandato sarà concordato. Ogni intervento della NATO dovrà comunque essere svolto sulla base di una autorizzazione legalmente riconosciuta.

- La NATO deve far fronte alle sfide terroristiche: per garantire un'efficace ripartizione degli oneri in futuro, tutti gli stati membri dovranno contribuire in modo rilevante alle azioni volte a combattere il terrorismo. La NATO deve servire sempre di più come forum per lo scambio di informazioni, per le consultazioni sulle iniziative e le strategie antiterroristiche, e per lo studio di azioni congiunte contro le minacce terroristiche.

- Impostare i rapporti con la Russia non sulla sola questione del controllo degli armamenti: gli alleati dovrebbero avvalersi della cooperazione già esistente con la Russia in materia di difesa per impostare le future relazioni NATO-Russia non solo sui presupposti della Guerra fredda e del controllo degli armamenti, bensì su un impegno politico e militare qualitativamente nuovo.

- Dare concretezza all'Iesd: gli alleati europei devono sviluppare le capacità militari necessarie per dare un significato concreto al concetto di Identità Europea di Sicurezza e Difesa (Iesd). La Francia dovrebbe ristabilire una piena partecipazione nella Struttura di Comando Integrata. Da quel momento, la NATO dovrebbe scorporare il Comando sud in Comando sud-orientale e Comando sud-occidentale per evidenziare le responsabilità dei paesi europei nella regione. A capo del Comando sud-occidentale si nominerebbe un comandante ed un vice comandante europei (provenienti da Francia e Spagna), mentre un ufficiale statunitense e un vice comandante europeo sarebbero a capo del Comando sud-orientale.

- Rendere trasparenti gli obiettivi NATO in materia di pianificazione della difesa e di forze militari: in un momento in cui le minacce non sono tanto evidenti, come lo erano durante la Guerra fredda, nei paesi membri il consenso dell'opinione pubblica e del Parlamento alle operazioni di difesa sarebbe maggiore in presenza di una maggiore trasparenza riguardo i piani e gli interventi di difesa. A tal fine i responsabili militari NATO dovrebbero redigere, pubblicare e consegnare, al presidente dell'Assemblea dell'Atlantico del Nord, un rapporto annuale pubblico, nel quale si valutino i progressi realizzati nello sviluppo delle capacità richieste dalla nuova missione della NATO, individuandone le eventuali lacune, e specificando delle raccomandazioni su come porre rimedio a tali carenze.

- Fissare un tetto ai tagli alle spese militari: nel corso del Vertice di Washington, gli alleati dovrebbero lanciare un appello affinché vi sia una moratoria volontaria sui nuovi tagli alla spesa militare. Questa moratoria dovrebbe rimanere in vigore fintanto che gli alleati abbiano deciso quali capacità e relative spese saranno necessarie per poter attuare il nuovo "concetto strategico" della NATO.

- Colmare i divari emergenti relativamente alle capacità militari: al Vertice di Washington gli alleati dovrebbero trovare un accordo che consenta loro di elaborare una Strategia NATO per una base tecnologica e industriale. L'obiettivo di tale strategia dovrebbe essere quello di assicurare il mantenimento, sulle due sponde dell'Atlantico, di industrie della difesa essenziali, competitive e complementari; eliminare progressivamente le barriere commerciali in questo settore nei paesi della NATO; promuovere l'armonizzazione delle politiche della concorrenza e rimuovere le barriere che impediscono agli stati alleati di condividere le tecnologie esistenti. Gli alleati dovrebbero inoltre intraprendere un'iniziativa tecnologica di coalizione per imporre, nell'ambito del processo annuale di pianificazione di difesa della NATO, l'identificazione delle tecnologie in via di sviluppo che potrebbero influenzare, sia in senso positivo che negativo, le capacità delle forze alleate di lavorare e combattere insieme nelle future situazioni di crisi. Quale paese dell'Alleanza leader nel campo militare e tecnologico, gli Stati Uniti dovrebbero, nell'attività di pianificazione nazionale, assegnare la massima priorità al mantenimento della peculiare abilità che hanno le proprie forze militari di lavorare in coalizione con quelle degli altri paesi NATO.

- Considerare seriamente la difesa missilistica: l'Alleanza ha urgente bisogno di rivolgere una maggiore attenzione alla difesa missilistica. La proliferazione di sistemi e tecnologie missilistiche, soprattutto quelle capaci di impiegare la armi di distruzione di massa, rappresenta una minaccia più che mai preoccupante. In un momento in cui le risorse sono sempre più limitate, i paesi della NATO devono lavorare insieme per la messa a punto di sistemi di difesa missilistica capaci di conservare la capacità delle forze alleate di compiere le missioni assegnategli.

- Riconoscere la gravità della situazione nei Balcani: fintanto che la regione dei Balcani sarà una polveriera, non potrà esserci in Europa una pace duratura. L'operazione militare della NATO in Bosnia è stata un notevole successo. Questa esperienza dimostra, comunque, che in questo genere di crisi, un'azione incisiva e precoce piuttosto che tardiva, è in grado sia di salvare vite umane che risparmiare denaro. Un altro chiaro insegnamento, soprattutto in riferimento alla crisi nel Kosovo, è che la NATO dovrebbe ricorrere all'uso della forza militare solamente quando è realmente pronta a concretizzare una simile minaccia, in modo inequivocabile e credibile. E' evidente che una continua presenza militare statunitense nelle forze alleate di stanza nei Balcani è per il momento indispensabile. Però, nel futuro sarà necessario rivolgere maggiore attenzione all'importanza del ruolo dell'Europa nell'operazione Bosniaca ed in altre eventuali operazioni NATO nei Balcani.


LA NATO HA CINQUANT'ANNI:
SFIDE FUTURE E FUNZIONI STORICHE

di Catherine McArdle Kelleher
Direttrice dell'Aspen Institute di Berlino

INTRODUZIONE

Secondo un copione Nato che il tempo ha consolidato, il cinquantesimo compleanno della NATO dovrebbe riservare ben poche vere sorprese. Frasi critiche potranno senza meno suscitare folate di nervosismo tra le fila di quelli che lavorano duro e senza dubbio si verificheranno incresciose sbavature protocollari vista la presenza di tanti capi di stato e tanti giornalisti smaniosi di leggere la storia del summit da una nuova angolazione. Alla fine, sarà comunque rilasciata una dichiarazione di fine vertice accuratamente soppesata e che richiamerà tutte le problematiche chiave, riassumerà un mese di negoziato, di manovre e di tutto quel gioco di strategie che caratterizza il meglio della politica della NATO. Molti tra coloro che sono cinici, e tra coloro che sono critici nei confronti della NATO giungeranno ad un'identica conclusione: niente di veramente nuovo, non granché come cruciale passo in avanti nel prossimo secolo.

Avranno torto. La storia della NATO continua a dimostrare quanto speciale sia quest'organizzazione nella storia delle organizzazioni internazionali. Dieci anni fa qualcuno la voleva relegata in una delle innumerevoli pattumiere della storia; nell'Euroeuforia post-Muro appariva presenza innecessaria, se non di scarsa importanza, per la nuova era della pace. Ma nel frattempo, la sua natura familiare ha fatto sì che dall'esterno non si cogliessero i sostanziali cambiamenti intervenuti nell'organizzazione stessa, così come gli adeguamenti faticosamente realizzati per aderire a quelle che sono le nuove missioni e le nuove esigenze della sicurezza transatlantica e della collegialità nel processo decisionale.

Ancor più sorprendenti persino per i suoi più attenti osservatori sono stati le sfide ed i

progressi degli ultimi cinque anni. Rispetto al passato, il ritmo è stato quasi vertiginoso,

incalzato in vasta parte dalla lezione e dal dolore della Bosnia, ma anche scaturito dalla decisione di ampliare la NATO e di ristrutturarne il comando militare, dagli sforzi per approfondire e realizzare l'ambizioso progetto del Partenariato per la Pace (PfP, Partnership for Peace), alla ricerca di nuovi canali di comunicazione, se non di partenariato, con la Federazione Russa e l'Ucraina. Davvero si può dire che gli ultimi tre Segretari Generali abbiano condotto poderose campagne di revisione organizzativa e procedurale, sia in seno alla stessa NATO, sia nell'ambito delle politiche di sicurezza degli stati membri e dei paesi partner.

IL PASSATO COME PROLOGO?

Come si colloca quest'eccezionale sequenza di mutazioni intervenute dal 1994 al 1999 rispetto al passato della NATO? I cambiamenti più ovvi ed alcuni dei problemi politici e procedurali più spinosi scaturiranno dall'ampliamento della NATO a 19 membri. Contrariamente all'Unione europea, la NATO era già grande quando ha visto la luce ed ha completato gran parte della sua crescita entro i primi dieci anni della sua esistenza. I parametri sembravano ormai chiari e definitivi all'inizio degli anni `80, quando l'adesione dell'ultima arrivata, la Spagna, altro non potè sembrare se non parte del conclamato destino della NATO nonché l'ultimo tocco agli interscambi nell'ambito del vincolo Spagna - America. Ben pochi paesi al di fuori dell'organizzazione sembrarono essere candidati appropriati o manifestarono interesse a divenirlo.

L'entrata della Spagna nel 1982 creò comunque un precedente. I negoziati che portarono la Spagna del dopo Franco a divenire membro NATO fissarono le linee direttrici per le nuove candidature e determinarono gli ostacoli politici, militari e di sicurezza che i nuovi membri avrebbero dovuto superare per poter essere ammessi. Le condizioni che qualsivoglia nuovo membro debba perseguire le migliori prassi democratiche possibili e che debba aver risolto le proprie pendenze o le proprie controversie di natura diplomatica o politica, rappresentano concetti toccati proprio nel dibattito per l'adesione della Spagna. Ciò non può non aver assunto un significato particolare per un Segretario Generale di nazionalità spagnola che ha dovuto non solo presiedere l'entrata di tre nuovi membri, ma anche prefigurare l'adesione di altri ancora, nell'ambito della politica di "porte aperte" ai nuovi membri abbracciata dalla NATO.

Il raffronto tra passato e futuro si fa ancor più arduo rispetto allo scopo della missione della NATO. Il Trattato di Washington originale si esprimeva a chiare lettere relativamente alla promessa di cui all'Art.5 che riguarda la difesa del territorio degli stati membri, ma non era altrettanto specifico in altri punti e lasciava dunque ampio margine interpretativo quanto agli interessi geografici della NATO ed ai suoi intenti comuni, in modo particolare per quanto attiene al vasto campo della consultazione mirata all'azione cooperativa in tutte le tematiche di politica estera incoraggiate dall'Art. 4.

Fin dove dovrebbe e debba spingersi lo spettro d'azione della NATO è tuttora misura che si decide quasi sempre caso per caso: sì in Bosnia e Kosovo, no in Albania od in Iraq, tanto per citare solo i casi più recenti. Ben più addietro nel tempo, gli anni `50 e `60 furono testimoni di continui dibattiti sulla protezione dei dipartimenti algerini della Francia e di altri potenziali retaggi coloniali. Gli anni `60 invece videro gli Stati Uniti rinnovare, seppur senza esito, la pressione volta ad ottenere dagli alleati l'impegno nei confronti delle missioni extraterritoriali, soprattutto della partecipazione delle truppe alleate al conflitto del Vietnam, ma anche in altre aree dell'Asia o del Medio Oriente. In più di un'occasione sono emersi elementi sintomatici di ciò che uno o più membri intendevano per casi "logicamente inclusi": la difesa, quantunque non richiesta, di aree europee d'importanza critica, i problemi della Yugoslavia del dopo Tito, la guerra del Golfo, i vincoli impliciti col Messico e con gli stati chiave dell'America Latina, per non parlare, spingendosi ancor più in là, del Baltico o dell'Europa sudorientale, o di Israele. Almeno per il momento la Bosnia ed il Kosovo rappresentano l'eccezione, e non la regola, in materia di portata geografica degli interessi comuni della NATO e della sua volontà di scendere in campo con le proprie forze di difesa.

In termini di struttura, qualsiasi siano le opinioni tradizionali in merito alla sua stabilità, la NATO ha sempre vissuto in uno stato di permanente cambiamento strutturale. Discussioni costanti si sono accese fin dall'inizio in merito alle modifiche organizzative ed all'equilibrio tra diritti e privilegi in seno all'organizzazione. Indubbiamente il cambiamento iniziale di maggior portata è quello rappresentato nel primo decennio dallo sviluppo di una struttura permanente di comando militare, nonché dalla creazione di meccanismi per la pianificazione congiunta e la condivisione della leadership. Il ritiro della Francia da quell'organizzazione militare, alla metà degli anni `60, richiese adeguamenti strutturali d'ampio respiro, che vanno dal potente Gruppo Permanente ai programmi d'esercitazione per piccole unità, anche se è pur vero che legami militari di natura informale ed azioni partecipative francesi alle esercitazioni proseguirono discretamente, in parallelo con gli impegni "esclusivamente politici" sottoscritti dalla Francia. Lo schema di DeGaulle per un triumvirato a partire dagli anni `50 composto da Francia, Stati Uniti e Regno Unito non fu mai veramente portato avanti, e quando la Germania divenne membro a pieno titolo fu velocemente accantonato per far posto alla formula operativa dei Big Four, talvolta oggetto di malcontento da parte dei membri NATO di piccola e media grandezza in ragione della portata della sua politica.

Più interessanti sono stati gli elementi aggiuntivi della NATO, quei rigurgiti di riorganizzazione creativa atti a riflettere ed affrontare nuove aree d'interesse oppure a riconoscere nuove inquietudini. La creazione dell'Assemblea Nord-Atlantica, il parlamento "ma non proprio" della NATO rifletteva tanto richieste politiche esterne quanto malumori interni per il deficit democratico nonché la necessità di sostegno politico interno. Sotto il profilo architettonico l'ultimo decennio della NATO è stato ricco di tentativi di creare nuovi canali di discussione e d'influenza, particolarmente se questi servono ad assicurarsi nuovi amici politici oppure ad inibire le permanenti critiche interne circa l'adeguatezza o il futuro della NATO. Nel complesso i risultati sono notevoli: l'autonomo Pfp, il Consiglio congiunto permanente con la Russia, la Commissione con l'Ucraina, nonché la flessibile evoluzione di vecchie strutture, dalle forze militari regionali alla stessa figura del Segretario Generale. Più tormentati si sono invece rivelati gli sforzi per istituire nuovi canali di consultazione politica tra membri e non membri: prima il Nacc (il Consiglio per la Cooperazione Nord Atlantica) ed ora l'Eapc (il Consiglio per il Partenariato Euro-Atlantico), come addirittura gli sforzi iniziali nei gruppi consultivi per la vasta "coalizione di disponibilità" con truppe in Bosnia.

LE FUNZIONI PROPRIE DELLA NATO

In ogni caso la parte più cospicua tanto del cambiamento che della continuità si è esplicitata nel riunire i membri attorno a quelle che sono le funzioni più significative della NATO, quali il raggiungimento di un consenso politico che sia sostenuto da una cultura civile e politica sempre più convergente e la realizzazione di un linguaggio coordinato per il negoziato e la risoluzione delle controversie. Se è vero che non esistono ancora una politica targata NATO o una lingua targata NATO è vero anche che ci sono almeno tre generazioni di burocrati, civili e militari e di capi politici dell'Alleanza che di questa hanno imparato parole e musica. Capitalizzare l'esperienza maturata in tempo di guerra in materia di équipe congiunte e di politica di consultazione rappresenta un cambiamento senza precedenti nel modo in cui persino gli stati sovrani alleati hanno abitualmente cooperato nella sfera della sicurezza, area sovente considerata il nucleo stesso dell'identità e della capacità nazionale. Tale identità non viene ad essere sostituita, bensì integrata, in modi nuovi e misurabili. In seno all'Alleanza, quasi a tutti i livelli esistono oggi misure di fiducia ed interdipendenza che trascendono i modelli standard teorici delle relazioni internazionali e vanno persino oltre ciò che gli stessi padri fondatori si attendevano.

Nelle sedi NATO e dovunque nell'organizzazione quanto appunto descritto non costituisce una scoperta spettacolare né tantomeno un soggetto di conversazione tra rappresentanti. Il tono è generalmente civile, l'atmosfera nelle riunioni immancabilmente scevra da individualismi e favorevole ai cambiamenti. La maggior parte dei rappresentanti nazionali si avvia a partecipare ad una riunione, formale o informale che sia, aspettandosi di avanzare verso una decisione o una soluzione che vada più in là di un semplice minimo comune denominatore. La maggior parte non si aspetta di dover difendere l'onore del proprio paese contro tutti gli altri. I membri dello staff internazionale ricevono prova concreta di poter fedelmente servire l'organizzazione e poter altresì continuare in seguito la propria carriera nei rispettivi governi nazionali. I contatti informali creano un'atmosfera cameratesca tra le due parti, mentre le interazioni formali nel Consiglio rimangono più tradizionali e spesso di gran lunga più teatrali.

Vi è, comunque, un chiaro e notevole convincimento generale di trovarsi di fronte ad un'organizzazione che funziona, che la NATO non è solo una parata di veti potenziali (come talvolta sono stigmatizzate l'Osce [Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa] e prima ancora la Csce [Conferenza sulla Sicurezza e la Cooperazione in Europa]) e neanche una conferenza diplomatica permanente (come il Consiglio d'Europa o il Primo Comitato delle Nazioni Unite che si dedica ai problemi della sicurezza e del controllo degli armamenti). E' fuor di dubbio che questi segni sono più chiaramente leggibili nell'ambito dei meccanismi di pianificazione ed organizzazione congiunta. In questo settore la trasparenza nel rivelare intenti e capacità nazionali è la norma, il punto di partenza del dialogo politico e di una collegiale condivisione degli oneri. Dalle infrastrutture alle informazioni segrete, dai colloqui bilaterali alle esercitazioni sul campo, non si tratta solo di fratellanza d'armi, ma di un senso di comune proprietà e di capacità di portare a termine la funzione preordinata. Le forze francesi avvertirono la mancanza di tutto questo in occasione della loro partecipazione alla Guerra del Golfo, e fu una questione di cultura e preparazione piuttosto che di lingua o addirittura di apparecchiature. Inoltre le carriere militari sono generalmente migliorate o almeno non danneggiate dal "passaggio alla NATO", ma ne risultano semmai modificate.

La cultura NATO produce effetti pressoché unici anche a livello nazionale. E' forse l'unica occasione nella diplomazia tradizionale occidentale ove fini ed opinioni politiche e militari sono rappresentati in misura relativamente eguale. In ogni caso, Ambasciatore ed Esteri hanno l'ultima parola. Eppure, soprattutto nell'era dei militari professionisti, dei soldati non di leva, il servizio alla NATO è spesso una delle rare occasioni per dar vita ad uno scambio completo e sincero tra diplomatici civili ed ufficiali militari, e costituisce anche un'esigenza di contatto quotidiano tra le parti in tempo di pace. In caso di controversie, ben poco spazio rimane per la chiusura in se stessi ed i carteggi. Ancora una volta, gli effetti sulla definizione delle politiche nazionali saranno di lunga durata e promuoveranno i legami e la comprensione reciproca tra ministri.

Proprio questa sensazione di vivere un'esperienza ed aspettative comuni è il parametro degli sforzi in seno al PfP tesi a consentire alle parti che si propongono di avvicinarsi sempre più al ruolo di membri, secondo quanto disposto dall'Art. 4. L'addestramento in situazione reale impartito in Bosnia all'oltre una dozzina di paesi PfP, le cui forze hanno contribuito alla formazione dell' IFOR/SFOR (Forze di attuazione/Forze di stabilizzazione), ha fornito un vivido apprendimento operativo, mentre l'ambizioso programma di esercitazioni congiunte PfP viene a rafforzare quanto già appreso.

LE SFIDE FUTURE

Come darà avvio la NATO ai suoi prossimi cinquant'anni dovendosi confrontare con l'impressionante lista di cambiamenti che hanno avuto luogo nel decennio che ha fatto seguito alla caduta del Muro di Berlino? In quello che è ancora un periodo di transizione, rispondere diventa impossibile. E questo Vertice è la fine di una fase di trasformazione? Se fosse invece una fermata intermedia sul cammino verso ulteriori cambiamenti a breve termine, sia dal punto di vista organizzativo che politico, ma anche strutturale ed operativo?

Quattro sono gli interrogativi che da questo privilegiato punto d'osservazione che è il 1999 appaiono come le forze motrici fondamentali di un futuro cambiamento. Prima di tutto, l'Alleanza si adeguerà lentamente o prontamente all'emergere di una significativa Identità Europea di Sicurezza e di Difesa (Iesd) che si esprimerà tanto in termini di "hardware" che di "software", ovverosia tanto politicamente che operativamente? Nei decenni passati la NATO ha lottato con quelli che sono spesso stati effimeri precursori dell'Iesd. Ne costituisce un esempio il rapporto con l'Unione dell'Europa Occidentale (Ueo) e lo sforzo prodotto al fine di sviluppare una cellula di pianificazione che si concentrasse esclusivamente sulle forze europee. Più seria ed in ultima analisi più stimolante è stata la lunga controversia sulle Forze Multinazionali Interarma, unità che avrebbero permesso alle forze europee della NATO di utilizzare la totalità delle dotazioni NATO, anche qualora gli Stati Uniti ed altre nazioni non avessero preso parte ad una specifica missione.

Per molti versi, questo altro non è che un dialogo esclusivo tra gli stati europei, indipendentemente che si svolga alla NATO o all'Unione Europea, ed è presumibilmente inaccessibile alla maggior parte degli esterni. Cionondimeno, l'impegno assunto dalle elites governative è stato relativamente scevro da equivoci fin dalla firma del Trattato di Maastricht nel 1992 e dalla conclusione del Trattato di Amsterdam nel 1997. Come tutto ciò funzionerà in seno all'attuale struttura dell'Alleanza è cosa di cui si farà carico il prossimo decennio. La precoce esperienza della necessità di un coinvolgimento americano sul terreno in Bosnia è un indicatore, mentre l'impegno europeo in Kosovo ed Albania potrebbe rivelarsi un controindicatore. Chiaramente si tratta di un'area che meriterà un volume molto maggiore di lavoro concettuale ed operativo nel corso dei prossimi dieci anni.

Una seconda problematica correlata è quella inerente al dialogo tra esperti, civili e militari. Come il cambiamento delle forze militari, tanto statunitensi quanto europee, influenzerà la natura ed il potenziale dell'azione e della pianificazione militare comuni? I cambiamenti scaturiscono in larga parte da fattori economici e politici: il valore di sostituzione di beni ad alta tecnologia per manodopera ad alto costo negli Stati Uniti ed il declino della leva diffusosi in tutta Europa sono solo due esempi critici di quanto menzionato. I numeri sono innegabilmente più bassi e si trovano ben poche ragioni per attendersi dall'opinione pubblica in un'era di post Guerra fredda permanente, un vasto sostegno ad una maggiore spesa da dedicare alla difesa o maggiori investimenti per gli appalti relativi alle missioni internazionali. Le crisi umanitarie puntano in tutt'altra direzione: strumentazione nuova e diversa, addestramento nuovo e diverso, ma forse anche più missioni occasionali di natura violenta e più protratte nel tempo. Tutto questo dovrà esser discusso non solo nel contesto della realizzazione di una nuova strategia dell'Alleanza, ma anche di nuovi metodi di formazione e programmazione, di mobilitazione ed equipaggiamento delle forze sia in tempo di guerra che in tempo di pace.

Terza sfida: come la politica d'apertura della NATO rispetto all'ammissione di nuovi membri influenzerà l'organizzazione stessa e le sue ampliate relazioni. Su quali limiti o confini si troverà un'intesa comune? Prenderà forse forma una scala mobile d'associazione determinata in larga misura dalla distanza o dal grado di sviluppo economico? I criteri che inizialmente reggevano l'appartenenza al PfP varranno ancora, con le Repubbliche dell'ex Unione Sovietica, gli stati emergenti dell'Europa centrorientale, i neutri esclusi? E se il ritmo delle nuove ammissioni dovesse esser scandito dal passare dei lustri piuttosto che dei mesi o dei singoli anni, verrà a risultare modificato il benefico influsso che la potenzialità di divenire membro ha sempre esercitato sul comportamento nazionale del paese candidato, spingendolo alla risoluzione di antichi contrasti su questioni di confine, ad un trattamento più benevolo nei confronti delle minoranze nazionali e ad un approntamento delle proprie forze armate?

L'ultima problematica, ma non meno importante, riguarda le nuove missioni NATO e come queste influenzeranno le prospettive di cooperazione al di fuori dell'area d'associazione e responsabilità dell'alleanza stessa. Le funzioni di cui all'Art.4 sono per definizione meno obbligatorie nei confronti dei membri: le prospettive di cooperazione potrebbero cioè essere più forti con altri paesi, come per esempio il Giappone, piuttosto che con paesi che sono già membri o partner. In aggiunta, la definizione di sicurezza e cooperazione in un ambiente che presenta poche minacce può subire oscillazioni piuttosto pronunciate. In che modo i cambiamenti della NATO in un ambiente che ha subito modifiche potranno preparare il terreno ad ulteriori adeguamenti e cambiamenti che si renderanno necessari in futuro? Ed inoltre c'è davvero una possibilità per qualsivoglia processo di distacco, o anche d'accesso, che possa esser preso in considerazione?

UNO SGUARDO AL FUTURO

Il modo più semplice per proiettare l'ultimo mezzo secolo NATO verso i prossimi cinquant'anni è quello di sostenere che come sempre la NATO se la caverà. La politica condurrà ad uno stato di inerzia istituzionale, con futuri cambiamenti e adeguamenti che si renderanno necessari e che non possiamo al momento prevedere. Altri parleranno dell'unicità della NATO, anche come sua ragione stessa di sopravvivenza, parleranno di un grossolano calcolo costi benefici che parte dall'assunto che la cooperazione costa meno dell'unilateralismo, ed è probabilmente meno rischiosa dal punto di vista politico.

Ovviamente nessuna delle due argomentazioni è sufficiente. Cionondimeno i risultati degli ultimi dieci anni in quelle che apparivano come condizioni decisamente avverse sono impressionanti e riflettono ben più di un semplice spunto di sopravvivenza o un inatteso vantaggio competitivo rispetto ad altre parti dell'architettura europea di sicurezza. La flessibilità e la volontà nel continuare a dedicare attenzione e risorse dimostrate dagli stati membri promette bene, così come l'espressione d'interesse e l'associazione degli stati emergenti. Le probabilità sembrano puntare verso un futuro transatlantico di cooperazione politica ed economica, per quanto scuro l'orizzonte possa sembrarci adesso.


L'INCHIESTA

COSA RIVELANO I SONDAGGI:
LE OPINIONI NEGLI STATI UNITI E IN EUROPA
SULLE QUESTIONI TRANSATLANTICHE

Elaborati dalla filiale europea
Ufficio studi e reazioni dei media
Agenzia d'Informazione degli Stati Uniti

I sondaggi condotti dall'USIA in Europa occidentale hanno riscontrato che, benché l'opinione pubblica ritenga che vi sia un ruolo sempre più rilevante per l'Unione europea (Ue) negli affari internazionali, si desidera mantenere uno stretto legame con gli Stati Uniti. Nei principali paesi alleati l'opinione pubblica vede di buon grado la partecipazione degli Stati Uniti nelle questioni della sicurezza europea, anche se in una posizione meno dominante e, preferibilmente, in un contesto multilaterale. Tuttavia non è perfettamente chiara all'opinione pubblica l' ideale dimensione e portata delle istituzioni multilaterali quali la NATO, l'Ue, e le Nazioni Unite.

IL PENSIERO DEGLI EUROPEI OCCIDENTALI SULL'INTEGRAZIONE EUROPEA

L'opinione pubblica nei principali paesi dell'Europa occidentale continua ad appoggiare l'unione economica e politica europea, avendo la gente fiducia nell'approccio adottato dall'Unione nel gestire gli affari europei e sostenendo l'appartenenza all'Unione del proprio paese. La metà o più del popolo britannico (56%), francese (70%), e tedesco (49%) ritiene che attualmente l'Ue agisce più come "paesi distinti aventi agende diverse" piuttosto che come "paese unico" (Gran Bretagna 16%, Francia 16%, Germania 17%.) Sono comunque in molti ad aspettarsi un cambiamento. Un gran numero di persone in Gran Bretagna (36%), Francia (46%9, e Germania (37%) sostiene che, entro il prossimo decennio, l'Ue si comporterà sempre più come paese unico.

Gli europei occidentali tendono a favorire un approccio regionale comune alle politiche sociali ed estere. Infatti, quando abbiamo chiesto quali, secondo loro, fossero le organizzazioni che sarebbero dovute essere maggiormente coinvolte nelle decisioni importanti sul futuro della sicurezza europea - la NATO, l'Ue o altre - la metà o più in Francia (61%), Germania (49%), Grecia (67%), Italia (77%) e Spagna (68%) ha ritenuto che a dover guidare le scelte debba essere l'Ue; i britannici preferiscono la NATO all'Ue per un piccolo scarto percentuale (40% NATO, 33% UE). In Europa occidentale manca il consenso sulla presa di posizione degli Usa relativamente all'integrazione europea. Un numero ridotto di persone in Germania (35%) crede che gli Stati Uniti siano a favore di un rafforzamento dell'Ue, mentre in Francia un buon 41% della popolazione ritiene che gli Stati Uniti siano addirittura contrari. Ma in Gran Bretagna, il 38% degli abitanti pensa che agli Stati Uniti non importi affatto cosa succede in Europa. In ognuno di questi paesi molti dicono di non conoscere la posizione degli Stati Uniti relativamente all'integrazione.

LE RELAZIONI USA-EUROPA

L'opinione pubblica sulle due sponde dell'Atlantico continua a riconoscere l'importanza dei legami Usa-Europa. I Britannici (79%), i Francesi (76%), i Tedeschi (81%), gli Italiani (81%), e gli Spagnoli (79%) hanno la tendenza a credere che i legami tra il proprio paese e gli Stati Uniti sono più che mai importanti nel dopo Guerra fredda; gli Americani hanno una concezione analoga dei loro legami con l'Europa, come emerge dai sondaggi condotti dal PIPA (Program on International Policy Attitudes) dell'Università del Maryland. I sondaggi del PIPA hanno evidenziato che sette Americani su dieci concordano che "sebbene sia finita la Guerra fredda, occorre mantenere salde le relazioni con l'Europa" sia come partner nel far fronte ai problemi internazionali, che per le importanti relazioni commerciali. Solo il 25% delle persone si dissociano e ritengono che le relazioni degli Stati Uniti con l'Europa siano meno importanti ora che durante la Guerra fredda e che "gli Usa devono occuparsi maggiormente delle questioni interne e in minor misura dei problemi d'oltremare "

In parte, i legami Usa-Europa sono fondati sull'impegno della NATO in materia di difesa. L'opinione pubblica in Gran Bretagna (84%), Francia (71%), Germania (78%), e in Italia (80%) crede di poter contare sull'aiuto degli Stati Uniti per la difesa del proprio paese. Invece, i Greci e i Turchi, per via delle tensioni riguardo a Cipro, e gli Spagnoli, dubitano che gli Stati Uniti verrebbero in loro aiuto (rispettivamente 76%, 68% e 55% non fiducioso). Gli Americani credono in linea generale di poter contare sugli alleati europei, sebbene vi sia una rilevante minoranza scettica (55% fiducioso, 43% non fiducioso).

L'opinione globale degli Stati Uniti rimane piuttosto buona in tutta Europa (74% favorevole in media), ma si percepisce la necessità, sia in Europa che negli Stati Uniti, di avere relazioni Usa-Europa più equilibrate. La maggioranza delle persone intervistate in buona parte dei paesi europei (dal 53% in Francia al 77% nel Regno Unito) ritiene che sia auspicabile una forte leadership americana negli affari internazionali nell'interesse dei propri paesi, sebbene in questo senso non sia d'accordo l'opinione pubblica in Bulgaria (49%), Slovacchia (56%) ed in alcuni paesi della NATO in Europa meridionale - in particolare Spagna (56%) e Turchia (49%). Eppure, in tutto il continente molti ritengono che gli Stati Uniti usino la mano pesante nelle relazioni con l'Europa; la metà o più (54-80% in Europa occidentale, 39-56% in Europa centro-orientale) delle persone sostiene che gli Stati Uniti esercitano una "eccessiva influenza" sui loro affari nazionali. Inoltre, molti ritengono che gli Stati Uniti non trattino il loro paese in modo paritario relativamente alle questioni bilaterali (dal 50% dei britannici al 73% degli Italiani); solamente i Tedeschi (57%) credono che il proprio paese venga trattato in modo paritario.

Un gran numero di Europei occidentali desidera un ruolo più rilevante per l'Europa in materia di sicurezza, e molti ritengono che il proprio contributo sia già equo (Gran Bretagna 48%, Francia 50%, Germania 44%). Due terzi o più della popolazione dei paesi europei - sia negli attuali stati membri dell'Ue che nei paesi dell'Europa centrale e orientale - ritiene che una forte leadership dell'Ue negli affari internazionali sia auspicabile per i loro interessi nazionali. In ognuno dei paesi europei in cui è stato condotto il sondaggio, la maggior parte dei soggetti vede più di buon grado una forte leadership dell'Ue che non una leadership americana (ad eccezione della Gran Bretagna, dove i valori sono uguali).

Da parte loro, gli Americani vogliono che il ruolo guida negli affari internazionali sia ripartito equamente. I sondaggi del PIPA indicano che otto Americani su dieci credono che la relazione Usa-Ue debba essere di tipo paritario (il 13% ritiene che debbano guidare gli Stati Uniti; il 5% che debba guidare l'Europa), e due terzi di loro (65%) crede che gli Stati Uniti dovrebbero lavorare in stretta collaborazione con l'Europa nell'affrontare i problemi del mondo. Eppure, la maggior parte degli Americani (77%) pensa che l'Europa non si assuma le giuste responsabilità in tema di sicurezza europea e che gli Stati Uniti stiano contribuendo a ciò in "misura più che equa".

Molti Europei occidentali credono che i propri paesi stiano "lavorando nella stessa direzione" degli Stati Uniti relativamente ad alcune questioni, specialmente sulla Bosnia. Anche i Britannici e i Tedeschi percepiscono tale convergenza con gli Stati Uniti riguardo alla sicurezza europea (rispettivamente

55% e 65%), all'Iran (62%, 52%), all'Iraq (69%, 63%), e al processo di pace in Medio Oriente (62%, 55%). I Francesi sono più divisi in merito alle singole questioni.

COME AMPLIARE LA COOPERAZIONE

Mentre vige un atteggiamento generalmente positivo verso le organizzazioni internazionali alle quali i propri paesi appartengono, manca il consenso dell'opinione pubblica britannica, francese, e tedesca riguardo a quale istituzione debba essere "principalmente responsabile" di un certo numero di problemi. Questo fatto indica che l'opinione pubblica ha un parere flessibile riguardo alle responsabilità istituzionali. Nei vari paesi sono in molti a ritenere che i singoli governi nazionali dovrebbero assumersi la responsabilità principale nel controllo dell'immigrazione clandestina, mentre l'Onu dovrebbe guidare le missioni umanitarie e di mantenimento della pace. Il consenso è più debole, invece, sulle principali responsabilità in tema di riduzione della disoccupazione; coordinamento delle iniziative internazionali per il controllo degli armamenti; e la lotta contro la criminalità organizzata, il traffico di stupefacenti e il terrorismo internazionale. In linea generale, i Britannici e i Francesi, più che i Tedeschi, diranno che sono o i governi nazionali o l'Onu a doversi interessare della gestione di questi problemi, mentre i Tedeschi per primi, e i Britannici per ultimi, indicheranno l'Ue.

Benchè siano flessibili le opinioni in merito al ruolo di ogni istituzione, gli Europei occidentali sono disposti ad accettare l'assunzione, da parte della NATO, di nuove missioni. In Gran Bretagna, Francia, Germania, Italia, Spagna, e Turchia la maggioranza delle persone appoggerebbe il ricorso alla NATO per assicurare il mantenimento della pace nei conflitti tra paesi membri dell'Alleanza (con una variabilità dal 65% al 86%) o nei paesi confinanti (dal 60% al 86%), o per rafforzare la sicurezza in una regione particolare come quella del Mediterraneo (dal 51% al 82%). Anche l'interessamento della NATO alla lotta al terrorismo internazionale, e al traffico internazionale di stupefacenti, raccoglie il parere favorevole di ampie maggioranze (dal 69% al 86%). L'opinione pubblica è meno entusiasta nell'utilizzare i contingenti NATO per difendere gli interessi occidentali fuori dell'area, come nel Golfo Persico, ma una maggioranza è favorevole a questo in Gran Bretagna (64%) e in Italia (61%), e lo è la metà in Turchia (53%), Francia (49%), e Spagna (46%). Molti in Germania sono invece contrari (46%).

Molti Europei occidentali appoggiano la partecipazione del proprio paese alle missioni di sicurezza multilaterali. Sette su dieci dei principali paesi dell'Europa occidentale (Germania 69%, Regno Unito 74%, Francia 76%, Italia e Spagna 82%) accolgono con favore la partecipazione delle proprie truppe all'operazione di pace in Bosnia. Si registra quasi lo stesso livello di sostegno nella maggior parte dei paesi dell'Europa centrale e orientale (63-66% nella Repubblica Ceca, Ungheria, Polonia, e Romania). Per quanto riguarda il Kosovo, i sondaggi effettuati nel giugno 1998 hanno evidenziato che un buon sette persone o più su dieci in Gran Bretagna, Francia, Germania, e Italia appoggerebbero il dispiegamento delle forze lungo i confini del Kosovo, nonché il mantenimento di truppe nell'eventualità di un'azione militare. E' da notare che in tali paesi vi è la tendenza a preferire che qualunque azione militare nel Kosovo sia autorizzata dall'Onu (Gran Bretagna 48%, Francia 50%, Germania 39%) piuttosto che dalla sola NATO (Gran Bretagna 34%, Francia 41%, Germania 35%).

Benché approvino il contributo del proprio paese a particolari azioni multilaterali come quelle in Bosnia o in Kosovo, molti Europei non sono affatto ansiosi di sostenere costi aggiuntivi per la sicurezza europea globale. Alla domanda esplicita se sarebbero "disposti ad assumersi un maggior onere finanziario in cambio di un ruolo minore degli Stati Uniti nella sicurezza europea", si è registrato un calo, nel desiderio di un ruolo più rilevante per l'Europa, in Gran Bretagna, Francia, Germania, e Grecia. Analogamente, molti in Europa centrale e orientale desiderano aderire alla NATO, e molti in Europa occidentale sono favorevoli a tale ipotesi, ma hanno la tendenza ad opporsi ad un aumento della spesa militare per assicurare una copertura dei costi legati all'allargamento. Comunque sia, molti Europei, in tutti i paesi, accettano il fatto che il proprio paese dovrebbe contribuire - o singolarmente o insieme agli altri paesi della NATO - alla copertura dei costi generati dall'allargamento della NATO.

METODOLOGIA

I risultati dell'indagine europea illustrati in questo articolo sono stati tratti da interviste "faccia a faccia" condotte nel 1998, con campioni probabilistici di rappresentatività nazionale di circa 1.000 soggetti adulti (di età maggiore di 18 anni) in ogni paese. Abbiamo anche incluso alcuni risultati di indagini telefoniche. Il lavoro sul campo è stato richiesto dall'USIA a ditte locali specializzate in sondaggi politici o ricerca di mercato. Le domande utilizzate nel sondaggio sono state elaborate dall'Ufficio studi e reazione dei media dell'USIA, tradotte da agenzie locali, e poi riviste dal personale dell'USIA. Diciannove volte su venti, i risultati ottenuti da campioni di queste dimensioni non variano più di quattro punti percentuali, in più o in meno, rispetto ai risultati ottenuti intervistando ogni soggetto adulto in ogni paese incluso nell'indagine. I risultati dell'indagine statunitense sono basati su un sondaggio condotto dal PIPA (Program on International Policy Attitudes) presso l'Università del Maryland.


CONSIDERAZIONI SUI PRIMI 50 ANNI DELLA NATO

ALLA RICERCA DI UNO SCOPO - E DEL SUCCESSO - IN BOSNIA

dell'Ambasciatore Robert E. Hunter, Senior Advisor, RAND
Ambasciatore degli Stati Uniti presso la NATO, 1993-1998

Al mio arrivo al quartier generale della NATO nel luglio 1993, ho dovuto constatare che il morale dei miei nuovi colleghi era a terra, che l'Alleanza era incerta su quale orientamento seguire, e che circolavano voci dubbiose sullo stesso futuro della NATO. Il Patto di Varsavia e l'Unione Sovietica erano crollati e non vi era più una chiara logica per mantenere in vita la stessa NATO. Era scoppiato un conflitto in Bosnia-Erzegovina, non lontano dai confini territoriali della NATO, e l'Alleanza non era in grado - o non era disposta - ad intervenire. La forza di protezione dell'Onu (UNPROFOR) aveva dei compiti da svolgere sul terreno ma non sembrava essere in grado di proteggere alcuno, mentre il ruolo della NATO era limitato a mantenere i cieli della Bosnia liberi da velivoli e le coste libere dal traffico delle armi.

Non avrei mai potuto immaginare allora quale sarebbe stata la portata di questa trasformazione quando, a distanza di quattro anni e mezzo, è scaduto il mio mandato quale Rappresentante permanente degli Stati Uniti presso il Consiglio Nord Atlantico! L'Alleanza aveva saputo darsi uno scopo per il futuro, incentrandolo su quattro aree principali: mantenere l'America impegnata come potenza Europea; conservare la parte

migliore del passato della NATO; includere pienamente i paesi dell'Europa orientale nell'Occidente; e tendere una mano alla Russia. A tal fine, la NATO ha adottato tutta una serie di nuove iniziative, ognuna delle quali ideata per soddisfare una qualche esigenza particolare della sicurezza futura dell'Europa, tutte correlate e in grado di rafforzarsi l'un l'altra. Tre paesi dell'Europa centrale (Polonia, Ungheria, e la Repubblica Ceca) sono stati invitati ad aderire all'Alleanza. Nel contempo, è stato deciso di mantenere aperte le porte per altri eventuali paesi che fossero pronti e disposti ad assumersi le responsabilità inerenti l'appartenenza alla NATO.

In quel mentre, la NATO festeggiava il successo conseguito con il Partenariato per la Pace, la più significativa iniziativa dopo anni, progettata sia per preparare paesi terzi ad entrare nella NATO, che per consentire a coloro che non sarebbero entrati ad impegnarsi considerevolmente nelle attività dell'Alleanza come parte di una famiglia allargata. La NATO aveva costituito, parallelamente a ciò, un nuovo Consiglio per il partenariato euro-atlantico, in sostituzione del vecchio Consiglio per la cooperazione nord atlantica. Aveva portato a termine l'opera di riforma delle strutture di comando, creando contemporaneamente un nuovo quartier generale per le Forze Multinazionali Interarma, in grado di impiegare rapidamente ed efficacemente la forza della NATO soprattutto nelle missioni di mantenimento della pace. Gli alleati della NATO avevano concordato un nuovo rapporto con l'Unione dell'Europa occidentale (Ueo), nel rispetto del quale gli ufficiali e il dispositivo militare della NATO sarebbero stati messi a disposizione anche per le operazioni militari a carattere europeo, dando per la prima volta all'Ueo una capacità d'intervento. Questo è stato in gran parte possibile grazie ad una nuova forma di collaborazione tra gli Stati Uniti e la Francia, con la quale quest'ultima è rientrata a pieno titolo nei comandi militari della NATO. Ho avuto il grande piacere di collaborare strettamente con l'ambasciatore francese presso la NATO per rendere fattibile tutto ciò.

La NATO aveva anche compiuto passi rivoluzionari che hanno portato alla firma dell'Atto Fondatore con la Russia e l'avvio di una serie di incontri con i rappresentanti russi nell'ambito del Consiglio congiunto permanente, la firma di una Carta e la costituzione di una Commissione con l'Ucraina, nonché il completamento di quasi due anni di dispiegamenti militari attivi in Bosnia. La Forza di stabilizzazione (SFOR) ha visto la partecipazione di tutti e sedici i paesi alleati, quattordici paesi del Partenariato per la Pace, e addirittura la Russia, nel tentativo di mantenere la pace in Bosnia e aiutare questo popolo ad avere finalmente qualche speranza di riuscire a costruirsi una nuova vita.

E' stato possibile realizzare tutto questo in poco tempo grazie all'opera congiunta dei sedici alleati, con ampio merito condivisibile da tutti . E' superfluo dire che alla fine del 1997 al quartier generale della NATO il morale era alle stelle, e tutti quanti avevano una chiara sensazione di successo nell'aver raggiunto lo scopo. Eppure nulla di tutto ciò era evidente nel luglio del 1993. Allora l'obiettivo primario era quello di prepararsi per il Vertice della NATO a Bruxelles nel gennaio 1994, per soddisfare la richiesta che mi era stata fatta dal Segretario generale, Manfred Woerner, quando lo chiamai per informarlo della mia nomina. La prospettiva di un Vertice richiede un forte impegno mentale, e così è stato, sia in seno al governo degli Stati Uniti che nell'Alleanza. A metà di ottobre 1993, i Ministri della difesa dei paesi alleati si sono riuniti informalmente a Travemeunde, in Germania, e l'amministrazione Clinton, da poco insediata, ha esposto la propria strategia per il Vertice.

Il fulcro dell'incontro doveva essere il PfP - l'acronimo per Partenariato per la Pace - un'idea che era stata messa a punto da un gruppo ristretto di funzionari degli Stati Uniti nel corso di una visita presso la mia missione alla NATO. Al momento del Vertice del gennaio 1994, gli alleati erano anche pronti ad impegnarsi per l'accettazione di nuovi membri, per la creazione di nuove relazioni con l'Unione dell'Europa occidentale, per la gestione delle sfide emergenti legate alle armi di distruzione di massa e i mezzi per poterle impiegare, nonché per la ricerca di un modo per far uscire la Russia dal suo isolamento e per svolgere un ruolo costruttivo nella sicurezza europea.

L'agenda era pronta; era centrata sul tentativo di guardare a Est della NATO per comprendere tutte le nazioni e tutti i popoli nella speranza di garantire la sicurezza e la pace in tutto il continente. "L'allargamento" della NATO costituiva sì il fulcro, ma tutte le altre nazioni avevano come copo quello di assicurare che l'esito finale di questo lavoro sarebbe stato un contributo positivo alla sicurezza globale dell'Europa; in effetti non ricordo altra iniziativa di politica estera attuata in tempi moderni in modo altrettanto sistematico: sono stati impostati prima gli obiettivi, poi la strategia per realizzarli, seguiti da un'attenta pianificazione ed azione.

Eppure mancava qualcosa. Mentre si delineava la nuova struttura di sicurezza della NATO, era sempre più evidente che questa avrebbe portato pochi benefici qualora l'Alleanza non si fosse assunta la responsabilità di porre fine al conflitto in Bosnia. Non aveva senso argomentare che si era "fatto tutto ciò che ci è stato richiesto dalle Nazioni Unite." L'enigma era semplice: la missione della NATO era la sicurezza; alle sue porte si consumavano disordini e tragedie; dunque la NATO aveva fallito.

Giusta o sbagliata che fosse, questa è stata la molla che ha fatto scattare gli alleati. Ma non è stata certo una decisione semplice, né automatica; infatti, nessun'altra questione nella storia della NATO ha lacerato la coesione degli alleati più di questa - e il caso della Bosnia ha quasi distrutto l'Alleanza. Nove paesi alleati avevano dispiegato le truppe di terra con l'UNPROFOR, mentre gli Stati Uniti, che non lo avevano fatto, hanno richiesto di poter impiegare la forza aerea. Gli alleati non riuscivano a concordare una strategia comune; i rischi non venivano condivisi equamente; si lanciavano accuse di doppio-giochismo; l'uso limitato ed episodico, da parte della NATO, della forza aerea - "una piccolezza fastidiosa" - non ha fatto altro che aumentare le divergenze tra gli alleati; e l'impasse relativamente alla Bosnia rischiava di minare addirittura il lavoro comune svolto al fine di costruire il futuro della NATO in Europa centrale e con la Russia.

Tragicamente ci sono volute le atrocità compiute dai Sebi Bosniaci a Srebrenica, nell'estate del 1995, per provocare quel senso di sgomento che ha spinto gli alleati ad intraprendere un'azione collettiva. Finalmente ho potuto raccogliere il consenso degli alleati sull'uso della forza aerea, con l'appoggio incondizionato di tutti, e la NATO si è lanciata nella prima operazione della sua storia. Dopo venti giorni era chiaro che la NATO aveva vinto e sono stati sospesi i bombardamenti; poco dopo è finita anche la guerra, dando così l'avvio agli Accordi di Dayton e allo spiegamento della Forza di attuazione guidata dalla NATO - che ha superato il terzo anno di operatività senza aver sopportato caduti in combattimento.

Si potrebbe dire che la Bosnia ha salvato la NATO. Gli alleati hanno saputo dimostrare che erano in grado di ricorrere ad un'alleanza creata per un particolare scopo, ormai raggiunto, ed impiegarla per compiti radicalmente diversi, spostando di 120 gradi il centro dell'attenzione militare dal vecchio fronte in Europa centrale ai Balcani. La Bosnia ha dimostrato l'importanza della NATO; la rinnovata importanza della leadership americana; la disponibilità a condividere le responsabilità con gli alleati; la base morale e politica intrinseca della sicurezza; e il valore costante del mutuato e sottinteso motto della NATO - uno per tutti e tutti per uno. I fondatori della NATO, credo, sarebbero stati orgogliosi di quello che hanno saputo fare i loro successori, a distanza di cinquant'anni, per mantenere la promessa di pace per un'altra generazione ancora.

Dopo essermi dedicato per trentacinque anni alle questioni di sicurezza europea, ero orgoglioso di poter operare con un gruppo qualificato di funzionari pubblici americani impegnati nella missione Statunitense presso la NATO - operatori civili e militari, rappresentanti del Dipartimento di Stato e della Difesa, dell'USIA e dell'Agenzia federale per la protezione civile - che sono riusciti a conseguire un risultato così rilevante in un momento della storia in cui si nutrono grandi speranze.


MANFRED WOERNER: LA FORZA CHE HA ANIMATO L'AGENDA
DELLA NATO DOPO LA FINE DELLA GUERRA FREDDA

Ambasciatore William H. Taft, IV
Partner: Fried, Frank, Harris, Shriver e Jacobson
Ambasciatore degli Stati Uniti presso la NATO dal 1989 al 1992

Sono giunto a Bruxelles per guidare la missione degli USA presso la NATO nell'agosto del 1989, alcuni mesi dopo che l'Alleanza aveva festeggiato i suoi primi quarant'anni di vita. Per quarant'anni gli alleati avevano opposto un fronte compatto alla minaccia del Patto di Varsavia e dell'Unione Sovietica. Proprio quando le riforme avviate dal leader sovietico Mikhail Gorbaciov venivano considerate con attenzione e la posizione politica e militare della NATO rispetto al Patto di Varsavia era più forte che mai, ben pochi erano in grado di prevedere che la guerra fredda in cui eravamo stati impegnati ormai da quarant'anni stesse per finire. Eppure al mio ritorno negli Stati Uniti, tre anni dopo, stava diventando un lontano ricordo.

La gran parte del tempo trascorso alla NATO mi aveva visto impegnato ad adempiere al ruolo che l'Alleanza copriva dopo la fine della guerra fredda. Anche se tale ruolo non era stato completato entro il 1992, avevamo tuttavia realizzato importanti progressi, in particolare identificando il fulcro delle funzioni dell'Alleanza per il futuro e tendendo la mano ai nostri avversari di un tempo per una cooperazione nel contesto istituzionale della NATO per garantire indipendenza e sicurezza a tutti gli Stati europei.

Molti hanno notevolmente contributo a questo lavoro che non avrebbe potuto realizzarsi senza l'aiuto di ognuno; in questo panorama di nomi illustri, si distingue l'impegno profuso da Mandred Woerner, Segretario generale della NATO dal 1988 fino alla sua prematura scomparsa sei anni dopo.

Prima della nomina a segretario generale, Manfred era stato Ministro tedesco della Difesa dal 1982 al 1988; la lucida consapevolezza del fatto che la forza militare era un elemento essenziale per garantire la pace e la libertà di fronte alla minaccia sovietica, ed il suo impegno incessante teso ad ottenere l'appoggio del Parlamento per sostenere tale forza secondo necessità reali, hanno avuto un peso determinante nell'indurre l'Unione Sovietica prima a dubitare ed infine ad abbandonare le politiche di scontro frontale con il mondo libero.

Nell'adempimento dei suoi compiti, fondamentali ma politicamente impopolari, a Manfred non perse mai il buon umore. Sapeva quello che voleva, e sapeva di essere nel giusto. Inoltre, "conosceva se stesso" nel senso greco dell'espressione - i suoi punti di forza e di debolezza, la sua complessa identità. Era al tempo stesso uno svevo, un tedesco, un europeo ed un vero amico degli Stati Uniti; e tutto questo lo era fino in fondo, senza avvertire alcuna necessità di stabilire priorità o indulgere a compromessi.

Della sua origine sveva parlerò per ultimo, prima desidero parlare di quella tedesca.

Nel 1988, allorché divenne il primo tedesco designato Segretario generale della NATO, il significato di tale scelta fu inequivocabile: sottolineava il riconoscimento e l'apprezzamento degli alleati per il contributo politico fondamentale della Germania alla vita dell'Alleanza. Per molti anni l'attività politica del suo paese si era mantenuta su posizioni più defilate rispetto alle attività economiche e militari. Ma non vi era nulla di defilato in Manfred Woerner, così come non vi era nulla di puramente simbolico nella sua politica. Era tutto sostanza. Gli alleati sapevano che il loro nuovo Segretario generale avrebbe dato lustro alla reputazione crescente della Germania come forza di primo piano nel definire le politiche delle istituzioni multilaterali di cui faceva parte, in primo luogo la NATO. Quello che non potevano ancora sapere era che l'unificazione tedesca all'interno dell'Alleanza sarebbe stata la questione prioritaria nell'agenda della NATO nel 1990 e nel 1991. La presenza di un Segretario generale tedesco proprio in quel momento rappresentò un vantaggio inestimabile. Non sfuggiva certo ai tedeschi orientali e agli altri "Alleati" dei sovietici che alla testa del Patto di Varsavia non vi sarebbe mai stato un tedesco.

Nessuno al quartier generale della NATO chiese dove fosse Manfred Woerner il giorno dopo il crollo del muro di Berlino nel novembre del 1989. Dal momento in cui gli giunse la notizia, non avrebbe potuto essere altro che a Berlino. Successivamente, molto dopo il suo ritorno a Bruxelles, la prima cosa che balzava agli occhi era il suo legittimo orgoglio, la gioia per il verificarsi di quegli avvenimenti per cui aveva lavorato tutta la vita. Ma neppure l'entusiasmo del momento intaccava la lucidità e serieta'necessaria all'esecuzione del lavoro dopo il crollo della Germania dell'Est. Non ha mai avuto dubbi sull'unificazione tedesca, che i Laender della Germania dell' Est sarebbero diventati parte della NATO né più né meno della Baviera. E se qualcuno aveva motivo di preoccuparsi che una Germania unita potesse diventare un partner troppo ingombrante, il comportamento stesso di Woerner, il numero uno dell'Alleanza - per la sua integrità, per l'onestà ed il rispetto con cui trattava tutti i paesi, grandi e piccoli - era fonte di rassicurazione continua. L'uomo aveva le sue idee, naturalmente, e se non coincidevano con le vostre, non lo nascondeva; ma costruire il consenso era il suo lavoro, cui egli non è mai venuto meno, non consentendo mai alle sue preferenze personali di interferire con le sue responsabilità istituzionali.

Per quanto riguarda l'unificazione della Germania, Manfred la vedeva da tedesco, e non avrebbe mai tentato di fare altrimenti. Il vigore dei suoi ragionamenti nasceva dall'autenticità profonda dei suoi sentimenti, e raggiungeva il massimo dell'eloquenza quando controllava i suoi sentimenti senza nasconderli appieno. Ma quando si è dovuta affrontare la disintegrazione del Patto di Varsavia e dell'Unione Sovietica, allora Manfred assumeva un'altra veste, un altro atteggiamento: Woerner l'europeo. E da europeo tendeva la mano dell'amicizia ai paesi dell'Est e li invitava ad unirsi agli alleati nel condividere l'impegno per la pace e la sicurezza in Europa. Ed è stato un lavoro incessante, animato da una fede profonda in un' "Europa unita e libera".

Dall'inizio del 1990 e per i due anni successivi l'itinerario del Segretario generale ha toccato ripetutamente i paesi dell'ex Patto di Varsavia; non solo, ma i suoi inviti personali hanno alimentato un flusso costante di Ministri degli Esteri e di capi di governo di quei paesi in visita alla NATO. E da allora ha sempre tirato dritto per la sua strada, creando un contesto istituzionale favorevole alla partecipazione dei nemici di un tempo a tutti gli aspetti dell'attività dell'Alleanza. Le sue parole d'ordine erano partecipazione e flessibilità, aprire la porta a tutti, provando in ogni modo. La sua visione dell'Europa non è mai stata limitata all'occidente, ai ricchi, ai cristiani, a qualsiasi entità che non comprendesse l'Europa intera. Quando dava il benvenuto ad un nuovo visitatore alla NATO, con voce alta ed un grande sorriso, parlava dal profondo del cuore, e a nessuno poteva sfuggire la sua felicità nel vedere che l'Europa si stava unificando.

Ma tutta l'Europa era ancora troppo piccola per Manfred Woerner: il Nord America - sia il Canada che gli Stati Uniti - era sempre presente nei suoi pensieri come elemento indispensabile per realizzare appieno i suoi sogni di svevo, di tedesco, di europeo. Naturalmente non poteva diventare americano, ma ben pochi europei hanno studiato gli Stati Uniti con la sua competenza e, a prescindere dal suo convincimento che gli Stati Uniti dovessero mantenere il loro coinvolgimento in Europa, nutriva un affetto ed una ammirazione sincera per questa nazione. Leggeva gli autori americani, viaggiava e teneva discorsi da un capo all'altro del paese, trascorreva regolarmente le vacanze in America. Seguiva con interesse perfino i nostri sport nazionali, si rallegrava dei nostri successi e partecipava alle nostre delusioni. Non gli è mai capitato di pensare che gli europei avrebbero dovuto essere alleati degli Stati Uniti: voleva essere nostro alleato. Inoltre, Manfred non voleva soltanto che gli Stati Uniti fossero un paese membro dell'Alleanza, voleva che ne fossero il leader. Ogni qualvolta incontrava il Presidente degli Stati Uniti o il Segretario di Stato, non mancava di ricordare loro: "Dovete essere il leader ,il paese guida". Molto spesso siamo stati alla testa dell'Alleanza - certamente - ma più di una volta ho avuto la sensazione che la guidassimo come un cavallo che traina una carrozza - alla cui guida Manfred ci spronava dettandoci il passo.

Ed infine, parliamo di Manfred Woerner come svevo. La Svevia era la sua terra natia, e non l'ha mai dimenticato. Spesso ci tornava da Bruxelles, anche solo per il weekend, e anche quando era altrove si portava la sua origine. Ricordo come un esempio tipico il suo entusiasmo in un viaggio che abbiamo fatto a Palermo, dove abbiamo ammirato i mosaici normanni, come da programma, e Manfred si è crogiolato tutta la mattina al caldo sole di Sicilia, dimenticando di impegnarsi al suo discorso. Ma una cosa non poteva certo dimenticare: siamo andati a rendere omaggio alla tomba del suo concittadino svevo Federico II di Hohenstaufen, sovrano del Sacro Romano Impero nel XIII secolo. Manfred depose un fascio di fiori sulla tomba e rievocò con orgoglio le gesta del suo compatriota. Fra le tante - alcune più prestigiose delle altre - Manfred era rimasto colpito soprattutto da questa: allorché il Papa gli ordinò di guidare i crociati alla riconquista di Gerusalemme, Federico II riuscì nell'intento e si fece incoronare re della Città Santa - grazie alla diplomazia. E questo, ci disse Manfred, è sempre stato il metodo preferito degli svevi.

La scomparsa prematura di Manfred Woerner, ucciso da un cancro nel 1994, ha privato la Germania, l'Europa e gli Stati Uniti di un insigne statista e di un vero amico. Che la NATO continui ad essere ancora oggi il massimo garante della pace, della libertà e della sicurezza in Europa è in gran parte merito suo.


COME SI E' ARRIVATI ALLA COOPERAZIONE DEGLI ALLEATI
PER LA DIFESA CONVENZIONALE

Dell'Ambasciatore David M. Abshire
Presidente del Center for Strategic and International Studies
Ambasciatore degli Stati Uniti presso la NATO dal 1983 al 1987

Durante il mio primo anno di lavoro alla NATO, nel 1983, mi sono trovato alle prese con una situazione paradossale. Da una parte, la NATO aveva conseguito una vittoria strategica eccezionale: gli alleati erano rimasti compatti sulla questione dello spiegamento degli "Euromissili" della INF, e la strategia dei sovietici mirante a creare divisioni fra loro era fallita. La diplomazia bilaterale e multilaterale della NATO funzionò alla perfezione. Dopo l'abbandono dei negoziati da parte sovietica, gli alleati iniziarono lo spiegamento dei missili. I sovietici speravano che sarebbe bastato accennare ad un ritorno alla guerra fredda per intaccare la fermezza degli alleati, ma si sbagliavano, ed i loro negoziatori non poterono far altro che tornare, a capo chino, al tavolo dei negoziati.

Dall'altra parte, il successo della NATO sullo spiegamento dei missili nucleari complicava ulteriormente la situazione. Sia le alte sfere della NATO che il Dipartimento di Stato ed il Ministero della Difesa degli USA erano talmente occupati dal problema delle armi nucleari che nessuno era disposto ad affrontare il problema delle forze convenzionali.

Sapevo benissimo che, prima o poi, sarebbe scoppiata un'altra crisi con gli alleati d'oltre Atlantico sulla composizione delle forze di difesa convenzionale e che occorreva un'iniziativa forte ed innovativa. Ma vi era un grosso ostacolo: l'Europa si trovava ancora in un ciclo di recessione, con alti tassi di disoccupazione e governi di coalizione assai vulnerabili. Il successo della INF aveva diffuso la sensazione di aver fatto il proprio dovere nel campo della difesa, con un costo politico notevole, ed in futuro la difesa dell'Europa avrebbe dovuto basarsi sulla disponibilita' di armamenti nucleari anziche' convenzionali. I politici europei si rendevano conto che le forze nucleari non gravavano sul bilancio delle loro economie già depresse - a differenza delle forze convenzionali, che pertanto non erano viste di buon occhio.

Finalmente nell'autunno del 1983 la cooperazione attraverso l'iniziativa di utilizzare meglio la superiorita' industriale, finanziaria, e tecnologica dell'Alleanza nella produzione e conseguente sviluppo delle apparecchiature militari sembrò essere l'unico spiraglio nello sforzo di arrivare ad una nuova capacita' difensiva convenzionale. Col mio staff elaborai un telegramma di 40 pagine e passa, subito soprannominato il "telegramma-mostruoso", che venne inoltrato al Segretario di Stato, al Ministro della Difesa ed al Consigliere per la Sicurezza nazionale degli USA. Nel telegramma sostenevo che, se il 1983 era stato l'Anno dei Missili, il 1984 doveva essere l'Anno dei Programmi per la Difesa Convenzionale. Le tendenze inquietanti nell'equilibrio delle forze convenzionali fra la NATO ed il Patto di Varsavia erano diventate il problema numero uno della NATO. A ciò si aggiungeva un altro pericolo: la frustrazione crescente del Congresso degli USA di fronte alla riluttanza dell'Europa ad intervenire per ovviare a tale situazione di inferiorità. Il miglioramento della capacita' di difesa convenzionale era diventato una necessità vitale. In assenza di nuove risorse, la mossa iniziale doveva necessariamente essere una ampia iniziativa di cooperazione nel campo degli armamenti allo scopo di ottimizzare l'impiego delle risorse esistenti.

Manfred Woerner, Ministro della Difesa tedesco, mi informò in privato della sua intenzione di introdurre un programma che definì il "Quadro Concettuale Militare". Il Pentagono, si lamentava Woerner, aveva avviato presso la NATO una serie di iniziative a dir poco estemporanee, con nomi esotici quali la "Battaglia Aria-Terra", la "Controaviazione Offensiva", e l'iniziativa delle "Tecnologie Emergenti". Tutto ciò si aggiungeva al lavoro degli esperti militari della NATO su altre problematiche, ad esempio su come colpire a fondo gli obiettivi protetti nella retroguardia nemica. Occorreva un atteggiamento di maggiore coerenza, sosteneva Woerner, sia per far accettare i programmi militari dai Parlamenti nazionali che per migliorare il rendimento in termini militari. Occorreva una prospettiva di lungo termine. Woerner chiese il mio sostegno personale, ed io fui entusiasta della sua idea, che mi si presentava come elemento chiave per una strategia globale volta ad ottimizzare l'impiego delle risorse della NATO.

Tuttavia, le decisioni dei Ministri della Difesa al vertice del dicembre 1983 non furono abbastanza coraggiose da scongiurare una crisi nell'Alleanza. Eravamo impegnati in una corsa contro il tempo, ed eravamo destinati alla sconfitta. Il senatore Sam Nunn, per quanto fosse incoraggiato dal riconoscimento dei problemi nel campo della difesa convenzionale espresso dai ministri dei vari paesi e fosse al corrente dei progressi del mio lavoro, non nutriva piena fiducia né nella esecuzione da parte del Pentagono né tanto meno in un maggiore impegno nella difesa convenzionale da parte delle capitali di un'Europa in letargo. Senza dare nell'occhio, Nunn cominciò a passare al vaglio i progetti di legge per far approvare un emendamento sul ritiro delle truppe. Non gli bastava una semplice proposta di rimpatrio per alcuni dei nostri soldati, non era questo il suo modo di ragionare. Alla stregua di uno stratega delle risorse, Nunn vedeva come i superiori investimenti USA nella NATO venivano vanificati dalle carenze degli alleati. Citò un esempio clamoroso: in caso di crisi, gli USA dovevano inviare in Europa 1.500 aerei per una spesa di oltre 50 miliardi di dollari, ma in Europa mancavano gli hangar necessari per porli al riparo.

La tesi di Nunn a favore del ritiro delle truppe era che la mancanza di investimenti per la difesa da parte europea ci costringeva ad adottare la strategia del "trip-wire", per cui il gran numero di forze USA avrebbe inciso ben poco. Di conseguenza, il senatore proponeva il disimpegno di 90 mila uomini nell'arco di tre anni. Il suo emendamento comunque offriva agli alleati una via d'uscita: per evitare il ritiro degli americani, gli alleati avrebbero dovuto ottemperare agli incrementi del 3% resi obbligatori nel 1977 o, alternativamente, avrebbero dovuto soddisfare varie richieste di produzione. Tale clausola serviva a risolvere problemi quali il numero insufficiente di strutture essenziali e di hangar per gli aerei USA di rinforzo, così come la grave carenza di munizioni.

Allorché l'emendamento proposto da Nunn venne discusso nel gruppo democratico al Senato, riscosse un successo immediato. L'ufficio legislativo della Casa Bianca stimò che avrebbe potuto raccogliere oltre 75 voti al Senato perché i repubblicani si stavano schierando al fianco di Nunn, personalità che godeva del massimo rispetto. Alla Casa Bianca si cominciò a dire che non si sarebbe opposta attivamente all'emendamento, tanto forte sembrava la maggioranza a favore. Io ero ad un passo dalla disperazione.

Mi feci in quattro per parlare al telefono con tutti i senatori di mia conoscenza, sostenendo che poteva essere una catastrofe se l'emendamento veniva approvato sulla scia dello spiegamento degli "euromissili" e dei negoziati MBFR (riduzioni reciproche e bilanciate delle forze). In preda allo sgomento, mi appellai al buon senso del senatore John Warner, che riuscii a raggiungere nella sua fattoria in Virginia. Vittoria! Sarebbe stato dalla nostra parte, e si sarebbe messo in contatto con il Senatore John Tower, l'uomo che doveva dare battaglia in aula. Nel dibattito che seguì al Senato, Tower, presidente della Commissione Servizi Armati del Senato, fu una torre incrollabile. Spiegò che approvare l'emendamento Nunn voleva dire "sferrare un calcio in bocca ai nostri amici", e spiegò che "nessuno l'avrebbe considerato un segnale, tutti l'avrebbero considerato un atto di prepotenza". Al che Nunn replicò: "E' troppo, chiedere ai propri amici ed alleati di fare quel che si sono impegnati a fare?". E aggiunse che non potevamo assolutamente inviare soldati americani in Europa, costretti a guardarli negli occhi e dir loro: "Ragazzi, voi state per partire, e quando sarete arrivati laggiù, giorno più giorno meno, gli alleati rimarranno senza munizioni".

A quel punto, prese la parola il senatore Bill Cohen, facendo notare che "se si tratta di seminare allarmismo, il senatore della Georgia lo ha già fatto", e che "aveva già inviato un messaggio all'alleanza europea". Cohen propose una via d'uscita, un emendamento alternativo che permetteva di incentrare il discorso sui progressi della NATO, anziché sul meccanismo di ritiro automatico dei militari auspicato da Nunn. Dato che il margine di voti si riduceva ancora, il Presidente Reagan effettuò personalmente le telefonate decisive, e l'emendamento alternativo del senatore Cohen venne approvato.

In quello stesso periodo, Lord Peter Carrington sostituì Joseph Luns nella carica di Segretario generale. Uomo di illustre lignaggio e non minore prestigio, sesto barone della casata, ed ex Ministro della Marina Militare, della Difesa e degli Affari Esteri, Peter Carrington non si curava minimamente delle cerimonie - non ne aveva certo bisogno. Basti dire che il suo primo atto fu la vendita della Rolls-Royce di servizio prediletta dal suo predecessore. Poco dopo il suo arrivo mi chiamò nel suo ufficio per aiutarlo ad interpretare l'avvertimento lanciato alla NATO dal Senato americano.

E la prima volta che lo accompagnai in visita da Nunn nel suo ufficio al Senato, Carrington gli disse: "Senatore, sono d'accordo con lei. Non per il metodo, badi bene, ma per il fine, per l'obiettivo di fondo". Il Lord britannico anticonformista ed il tenace senatore della Georgia si intesero a prima vista.

Spesso ho pensato che Peter Carrington avesse molte qualità in comune con l'ex Comandante Supremo degli alleati Dwight Eisenhower. Nessuno dei due era portato alla riflessione di lungo respiro o al concettualismo, ma entrambi avevano un vero talento per l'hic et nunc e per far lavorare insieme persone diverse ed alleati difficili. Le grandi strategie richiedono quasi inevitabilmente strategie di coalizione, e nessun grande progetto ha la minima probabilità di successo se alla sua testa non vi è un uomo della tempra di Eisenhower o di Carrington. Tale fu il genio di Peter Carrington, che al minacciato ritiro delle truppe americane seguì invece un rinnovato impegno dell'Alleanza sul terreno della difesa convenzionale. E' stato questo probabilmente il periodo più delicato della storia della NATO da quando la Francia si era ritirata dal comando militare, e certo lo è stato dal punto di vista delle relazioni interne. Il problema di Carrington era di riuscire a portare miglioramenti concreti, sufficienti ad evitare che l'anno dopo il Senato americano votasse un emendamento dello stesso tenore.

Nell'autunno dello stesso anno - un anno dopo il nostro "telegramma-mostruoso" del 1983, Washington prese in seria considerazione una nuova iniziativa per la difesa convenzionale. Come al solito, il Pentagono ed il Dipartimento di Stato erano ai ferri corti, ed io temevo che Washington avrebbe deciso di trovare una soluzione frammentaria. Carrington aveva precedentemente osservato che era convinto che la NATO dovesse concentrarsi soltanto su uno o due elementi chiave e farli bene. Il secondo problema, di natura politica, riguardava la scelta di chi avrebbe patrocinato la nuova iniziativa. Saggiamente, sia le autorità di Washington che Lord Carrington si resero conto che non era opportuno "americanizzare" questa iniziativa e che occorreva convincere i tedeschi a prenderne il comando. E così in un incontro autunnale a Washington, il Presidente Reagan ed il Cancelliere Kohl concordarono una "iniziativa tedesca", sostenuta dagli Stati Uniti, che sarebbe stata presentata nel 1984 a Bruxelles durante il vertice dei Ministri della Difesa.

Woerner prese in mano il documento, lo lesse con un cenno di assenso, ed in un baleno lanciò l'iniziativa che ha portato alla più radicale verifica della difesa convenzionale della NATO di tutta la sua storia.

La primavera successiva invitai Nunn a tornare alla Truman Hall. Dopo i "briefings" nella nostra missione presso la NATO, Nunn rimase favorevolmente colpito dalla coerenza del programma che mirava ad ottimizzare la resa degli investimenti globali per la difesa, e chiese ad alta voce perché mai il Pentagono non seguisse un'impostazione simile. Manifestò il suo gradimento per il programma durante la colazione con Carrington, il quale a sua volta accennò che avrebbe potuto esservi un altro emendamento per tenere viva l'attenzione - ma stavolta, preferiva un emendamento in chiave positiva. Nel corso della giornata, Nunn rivelò in confidenza che per quell'anno avrebbe tenuto il suo emendamento nel cassetto, ma non voleva che si sapesse in giro: intendeva lavorare in assoluto riserbo con il suo staff ed i miei esperti ad un emendamento di incentivazione positiva, mentre tutti si aspettavano una nuova richiesta di ritiro dei soldati USA.

Con il consenso di Nunn, avviammo un dialogo con il Sottosegretario alla Difesa William Taft, che divenne un alleato di fondamentale importanza quale presidente del nuovo Comitato per la Cooperazione degli Armamenti della NATO, che era sorto a seguito del nostro "telegramma-mostruoso" da Bruxelles.

Nella sua formulazione finale, il nuovo emendamento Nunn avrebbe accantonato 200 milioni di dollari, che avrebbero potuto essere utilizzati dai servizi soltanto se lav oravano in cooperazione con gli alleati. A loro volta, gli alleati erano tenuti a creare un fondo proprio, adeguato anche se non di importo equivalente. Nella seconda parte, l'emendamento prevedeva una riserva di 50 milioni di dollari per le verifiche congiunte da parte degli USA e dei paesi membri della NATO prima dell'acquisto delle armi. Due veterani del Senato, John Warner e Bill Roth, si unirono a Nunn come firmatari della richiesta di questo progresso monumentale nella valorizzazione delle risorse della NATO. Anche il Senatore Ted Stevens - che divenne un autorevole portavoce nella Commissione Stanziamenti del Senato - aveva visitato il quartier generale della NATO, riferendo che "stavano lavorando con impegno".

Presentato in un discorso di grande effetto che elogiava i progressi della NATO e fustigava il Ministero della Difesa USA per altri aspetti, l'emendamento Nunn-Roth-Warner diceva chiaramente all'Europa di far ordine in casa propria e di far fronte alla sfida americana. L'emendamento diceva anche all'esercito, all'aeronautica ed alla marina militare americana che nell'impiego delle loro risorse dovevano ragionare in termini di strategia globale. L'Alleanza aveva fatto molta strada quell'anno, da quando si era trovata ad un passo dal ritiro delle forze americane. Stava nascendo un nuovo atteggiamento, più realista e pragmatico.