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Iraq: Non è una questione di petrolio, 30 gennaio 2003 di Mel Sembler Il seguente articolo é apparso sul settimanale "Panorama" il giorno 30 gennaio 2003 Alcuni commentatori hanno avanzato l’ipotesi che il vero obiettivo degli USA nella recente crisi irachena sia quello di ottenere il controllo delle risorse petrolifere del Paese. Come in ogni società libera, essi hanno il diritto di esprimere le loro opinioni, anche se sono inesatte. Tuttavia, è anche importante riuscire a separare l’unico motivo reale alla base dell’impegno attuale della comunità internazionale dalla cortina fumogena delle false motivazioni suggerite da coloro che sostengono sia solo una questione di petrolio. Per qualsiasi leader, non esiste decisione più difficile e grave che iniziare un’azione militare. Il presidente Bush ha affermato che la guerra all’Iraq rappresenta l’ultima ratio. Nessun Presidente decide a cuor leggero di rischiare la vita degli americani a meno che la pace e la stabilità degli USA, o dei suoi alleati, non siano in serio pericolo. Il Presidente e il Congresso hanno raggiunto la conclusione che il regime di Saddam Hussein, con le sue sconsiderate iniziative per lo sviluppo e l’uso di armi di distruzione di massa (ADM), rappresenta un reale pericolo per il popolo iracheno e per il mondo libero. (Questa non è soltanto l’opinione di Washington; il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha dichiarato ripetutamente dal 1991 in poi che il programma ADM di Baghdad costituisce una minaccia per la pace e per la sicurezza internazionale.) In altre parole, Saddam Hussein è troppo pericoloso per permettergli di mantenere il controllo su queste armi. O procede al disarmo, come si è impegnato a fare nel 1991, oppure, se necessario, sarà disarmato con la forza. Se ricorreremo all’uso della forza militare, il nostro motivo, il nostro obiettivo, sarà il disarmo. Le risorse petrolifere irachene sono un fattore di cui occorre tenere conto nella pianificazione dell’azione militare, così come gli strateghi militari devono tenere conto della decisione di Saddam di concentrare le risorse militari nelle aree abitate dalla popolazione civile e la possibilità che cerchi di uccidere il maggior numero possibile di concittadini prima di abbandonare la scena. Le risorse petrolifere irachene devono essere protette dall’apparente intenzione di Saddam di sabotarle, come ha sabotato i campi petroliferi del Kuwait. E non perché ne abbiano bisogno gli Stati Uniti, ma perché ne ha bisogno il popolo iracheno per poter costruire un futuro migliore nella libertà. Dopo un’eventuale azione militare, in Iraq potrebbe essere necessaria la presenza di una forza di sicurezza internazionale e uno dei suoi compiti potrebbe essere quello di aiutare gli iracheni a ricostruire gli impianti petroliferi. Ma il ricavato delle vendite del petrolio non andrebbe al Tesoro o alle società petrolifere degli Stati Uniti bensì al governo di un Iraq finalmente libero. In realtà, se gli Stati Uniti fossero interessati unicamente ad ottenere l’accesso ad abbondanti risorse di petrolio, avremmo deciso da tempo di tollerare l’esistenza delle armi irachene proibite come un increscioso dato di fatto e i nostri rapporti commerciali con Saddam sarebbero continuati normalmente. Se gli USA ricorreranno realmente alla forza militare, non lo faranno per impadronirsi di territori o di risorse, ma per liberare e proteggere persone. Chiunque crede qualcosa di diverso non comprende l’America e gli americani. Dopo aver contribuito alla liberazione dell’Europa e del Giappone, gli USA consentirono che gli europei e i giapponesi decidessero liberamente di adottare il sistema economico e politico che preferivano. Gli USA intervennero in Corea e nel Vietnam per aiutare quei Paesi a resistere contro gli aggressori del Nord, e non per impadronirsi delle loro risorse. Nel 1991, dopo che gli USA guidarono la coalizione per liberare il Kuwait, il popolo e il governo del Kuwait ebbero la possibilità di riprendersi il territorio occupato e le risorse confiscate da Saddam Hussein. Infine, più recentemente, gli USA e i loro alleati hanno liberato l’Afghanistan dal flagello dei Talebani e di Al Qaida. Ben lungi dal trarre profitto da un’acquisizione di risorse, gli americani hanno già speso un miliardo di dollari per aiutare il popolo afgano nella ripresa economica e nella ricostruzione. Lo scorso autunno, il Congresso americano ha votato in massa per autorizzare il Presidente Bush a ricorrere alla forza, se necessario, per disarmare il regime iracheno. Ciascuno dei 373 senatori e membri del Congresso che hanno votato per autorizzare l’uso della forza si sono resi conto della gravità della situazione e hanno compreso che, in ultima analisi, dovranno rispondere di questa azione davanti al popolo americano. E ciascuno di essi ha compreso perfettamente che il popolo americano non acconsentirà mai a mettere in pericolo i propri figli e le proprie figlie per una guerra condotta allo scopo di impossessarsi di pozzi petroliferi che, giustamente, appartengono ad un altro popolo.
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